Il folle Perugia di Serse Cosmi: dilettanti alla riscossa

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Il luogo di nascita di una bella storia sfugge alla nostra memoria perché, empiricamente parlando, il luogo non esiste. Il mondo che ci circonda è sempre lo stesso luogo. E lo stesso luogo può essere insieme teatro di una strage e di una pace firmata. Che cosa cambia, allora, rispetto allo stesso identico e perennemente identico luogo? Il tempo.

Accade così che la sede della Galex – sigla simpatica che commemora come fosse il figlio dell’imperatore di Roma Augusto il figlio di Luciano Gaucci, Alessandro Alex Gaucci – luogo di costanti andirivieni, traffico immotivato e progetti folli iniziati e mai conclusi, ma dalle mille risorse finanziare, diventi il luogo del battesimo di Serse Cosmi sulla panchina del Perugia.

Il prologo: la chiamata della della terra natia

Cosmi, nel febbraio del 2000 – quando cioè il Perugia di Mazzone è tranquillamente salvo e può già progettare, certo con un pizzico di malignità verso Carletto Nazionale, la nuova stagione – allena l’Arezzo nel girone meridionale di Serie C1; la sua squadra è in piena lotta per la promozione in Serie B, ma la convocazione di Gaucci non può essere rifiutata.

Cosmi, perugino di nascita, firma un contratto da 150 milioni di lire annuali, sotto l’inderogabile dettame societario: spendere poco, allevare i talenti prodotti dalle giovanili e acquistare stranieri totalmente sconosciuti al calcio mondiale, forse persino a sé stessi.

Serse inizia così a lavorare fin da subito sulla sua futura squadra. Scandaglia con cura i VHS del football esotico alla ricerca di talenti da portare a Perugia. Leggenda vuole che da questa prima rapida ma intensa visione Cosmi abbia beccato i fotogrammi di Jung Hwan Ahn e Ming Yu Ma, presto due giocatori del Perugia.

L’inizio dell’avventura è però terribile. All’uscita dall’Intertoto con lo Standard Liegi nel doppio confronto tra andata e ritorno fa seguito l’eliminazione dalla Coppa Italia per merito della Salernitana. L’esordio ottobrino in casa col Lecce finisce in parità, mentre alla seconda uscita stagionale arriva un secco 3-0 subito dal Perugia contro la Lazio. La prestazione però fa ben sperare: il modulo è quello che scriverà la storia, 3-5-2 – eredità plasmata a modo suo del gioco di Nevio Scala a Parma e di quello di Zaccheroni all’Udinese.

Il nuovo Perugia si compone di due promettenti centrocampisti, Liverani e Baiocco, con Tedesco a collaudare la mediana fungendo da centrocampista box to box, infine il coreano Ahn e l’attaccante greco Zīsīs Vryzas, a completare un attacco che già vedeva la presenza di Christian Bucchi arrivato dalle serie minori e di Luca Saudati eterna promessa della primavera del Milan. Per completare l’opera un paio di altri acquisti in zona difensiva, come Pieri e Di Loreto semi sconosciuti pedatori della serie C e il prestito via Parma del brasiliano Zé Maria.

Sulla carta un guazzabuglio senza capo ne coda, che all’alba del primo campionato interamente disputato negli anni 2000 sembra condannare gli umbri di Serse Cosmi ad una retrocessione certa.

Svolgimento: cambiano i fattori ma non i risultati

La sfida contro il Parma alla 3ª giornata, vinta brillantemente con 3 gol segnati nei primi 20’, è il preludio di una stagione da favola, conclusa all’undicesimo posto con 42 punti in 34 partite – e con la gioia di alcune memorabili partite come le vittorie in casa e in trasferta contro il Milan, e la vittoria per 4-3 a Firenze, con tripletta dello scatenato Vryzas.

Le partenze di Materazzi e Liverani la stagione successiva sono pesantissime. Non solo a livello di personalità e qualità individuale, ma i due mancini – entrambi segnati da uno strano e viscerale legame con la Lazio, dove finisce proprio Fabio Liverani – sono semplicemente essenziali nel gioco e nella tattica di Cosmi.

Se Materazzi, baluardo della difesa a tre, ha il compito non solo di difendere la zona e richiamare i compagni all’attenzione, ma di impostare da dietro con qualità e determinazione – Bonucci ante-literram –, Liverani è invece colui che, per utilizzare una metafora agreste, ha il compito di separare il grano dal loglio – con l’aiuto fondamentale di Baiocco, che sporca quanti più palloni è in grado di sporcare.

Al loro posto subentreranno Rezaei e Dellas con i giovani Gatti e Blasi. Davanti Gaucci resiste alle lusinghe per Vryzas, cede Bucchi e rispedisce in Asia il cinese dall’indecifrabile età Ming Yu Ma e li sostituisce con una manciata di giocatori con lo stesso metodo di sempre: uno straniero esotico e misterioso ( tale Alì Samereh iraniano), un primavera di una big (Berrettoni dalla Lazio) e un ripescato dalle serie minori (Bazzani arrivato via Venezia dopo le esperienze di serie C).

Il paradosso è che il Perugia del secondo Cosmi riesce a raggiungere risultati persino migliori di quell’incredibile Perugia targato 2000/2001.

L’acquisto più importante della nuova stagione è però Fabio Grosso, un trequartista ventitreenne preso dal Chieti in serie C2 e trasformato da Cosmi in esterno sinistro a tutta fascia – l’avanzare della carriera lo porterà a giocare da protagonista e campione del mondo come terzino; storia nota. Il piede mancino di Grosso fornisce qualità alle rifiniture dalla sinistra e compensa, in maniera originale, la partenza di Liverani – e quella di Materazzi.

L’anno 2001/2002 è segnato dal miracolo del Chievo targato Del Neri e dal clamoroso epilogo del 5 Maggio. Due eventi che in qualche modo offuscano la strepitosa stagione di Cosmi e i suoi: 46 punti, 4 in più della stagione precedente per un 8° posto che riporta gli umbri ai fasti di fine anni 70′.

Poi altro giro altra corsa nel mercato estivo.

Nel 2002/03 esce Baiocco, sostituito in campo dal nigeriano Obodo, ceduto alla Juventus che ricambia mandando in prestito al Perugia Fabrizio Miccoli. Il fantasista salentino trova nel Perugia di Cosmi l’habitat ideale dove sfornare il proprio insensato talento. Alla prima stagione col Perugia, Miccoli segna 10 reti in campionato e conduce i suoi fino alla semifinale di Coppa Italia, di cui è capocannoniere, dopo aver battuto la Juventus ai quarti di finale – nella doppia sfida, Miccoli segna tre gol uno più bello dell’altro.

Anche la 2002/2003 è una stagione di livello con 42 punti messi in cascina e un 10° posto di tutto rispetto. Nonostante le rivoluzioni estive, con Gaucci che deve fare cassa a tutti i giri di calciomercato, Cosmi trova sempre la formula giusta. Ma si sa che questo giochino non può durare all’infinito, e non sempre ci si azzecca con il mercato degli sconosciuti.

Epilogo: tutte le belle storie prima o poi finiscono

L’ultima stagione è quella del canto del cigno. In tutti i sensi. Il cigno c’è, e canta in Intertoto.

Il Perugia di Cosmi ha la meglio sui tedeschi del Wolfsburg in finale dopo aver battuto i finlandesi dell’AC Alliansi e i francesi del Nantes. Questo successo, già storico di per sé, vale al Perugia la qualificazione in Coppa UEFA, dove gli uomini di Serse Cosmi giungono al terzo turno dopo aver eliminato il Dundee United e l’Aris Salonicco. Solo il PSV del giovanissimo e talentuosissimo Arjen Robben ha la meglio sugli umbri.

In campionato le cose vanno invece malissimo. Gli addii di Miccoli e Blasi, che ritornano alla Juventus, non vengono adeguatamente salutati dagli arrivi di Bothroyd e dei due francesi Alioui e Genevier.

A gennaio è rivoluzione. Cosmi chiama la gendarmeria d’esperienza alla chiamata alla salvezza. Vengono acquistati Fabrizio Ravanelli, Dario Hübner, Eusebio Di Francesco, Marcelo Zalayeta, Salvatore Fresi, mentre vengono ceduti i cardini del gioco di Cosmi: il capitano Tedesco, Vryzas e Grosso.

Il Perugia riesce nel miracolo di giocarsi lo spareggio da quartultima contro la Fiorentina – sesta in Serie B, siamo nell’anno dell’allargamento della Serie A a 20 squadre. L’ultima partita di Cosmi si conclude in pareggio, ma è la Viola ad avere la meglio in virtù del doppio confronto. Il Perugia fallirà l’anno successivo. Cosmi viaggerà verso altri lidi, e di spiagge sarà un assiduo frequentatore anche Gaucci, esiliato a Santo Domingo per sfuggire alla giustizia italiana dove morirà all’inizio del 2020.

La fine di una bella storia non mai in un luogo, ma nella memoria collettiva.

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