Leggende del poker: David “Chip” Reese

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Un po’ Stu Ungar, ma senza gli eccessi di Stuey. Un po’ Cincinnati Kid, ma in carne e ossa. Un po’ Doyle Brunson, ma con meno tempo a disposizione. Tutto questo e molto altro è stato David “Chip” Reese.

Una mente brillante con una predisposizione naturale per il gioco, per il poker e soprattutto per il Seven Card Stud, David Reese è considerato uno dei più forti giocatori di cash game nella storia di questo gioco. Una leggenda che ancora oggi potrebbe dare del filo da torcere a tutti, se la sua carriera non fosse stata interrotta prematuramente dalla malattia.

La salute è stato forse il suo avversario principale. Già da bambino, David Reese deve fare i conti con problemi di salute piuttosto consistenti. Durante le scuole elementari, una febbre reumatica lo blocca a casa per un anno. E’ in quel periodo che scopre la passione e soprattutto la predisposizione per i giochi. Batte tutti, coetanei e non, a bridge, gin rummy, backgammon e poker.

Nel gioco è il classico bambino prodigio, esattamente come Ungar. Ma, a differenza di The Kid, è più equilibrato e ha una propensione anche per lo studio. Si iscrive infatti al Dartmouth College (Ohio), dove dimostra le sue skills di studente ma ancora di più nelle partite di poker tra studenti. Lo dimostra il fatto che ancora oggi nel college esista la “David E. Reese Memorial Card Room”.

Nei primi anni ’70 Reese completa l’undergraduate collage (la nostra “laurea breve”) con voti che gli consentono di iscriversi al corso di Giurisprudenza a Stanford. Insieme ad un amico, decide di visitare l’ateneo. Ma sulla strada verso est, i due decidono di allungare un po’ in direzione sud-ovest. La meta è Las Vegas.

Immagine della serie di documentari realizzati da PokerGO

Las Vegas, Brunson e le WSOP

Si dice – purtroppo il dato non è confermato da TheHendonmob.com – che David Reese sia entrato in una pokeroom di Las Vegas con in tasca 400 dollari e li abbia trasformati in 60mila. Forse a cash game, forse vincendo un torneo di Seven Card Stud o forse entrambi. Non lo sappiamo. Di certo rimane il fatto che il giovane Reese a Stanford non ci andrà mai.

La Sin City del gambling USA diventa la sua nuova casa. Qui conosce Doyle Brunson, con il quale stringe un’importante amicizia destinata a durare nel tempo, sia dentro che fuori le sale da poker. Nel 1978 “Chip” scriverà il capitolo dedicato al Seven Card Stud per il famosissimo libro di Doyle Brunson Super/System: A Course in Power Poker.

Nel frattempo il giocatore dell’Ohio ha già lasciato il segno alle WSOP. Nel 1977 è secondo nel $500 Seven Card Razz, l’anno successivo vince il $1.000 Seven Card Stud Split per 19.200 dollari di premio. Le cifre sono ancora modeste, perché le WSOP sono giovani e il poker da torneo non è ancora decollato, ma è solo questione di tempo.

Nel 1982 David “Chip” Reese si mette al polso il secondo braccialetto vincendo il $5.000 Limit Seven Card Stud. Questa volta incassa $92.500. Ce ne sarà un terzo, per il quale dovrà aspettare 24 anni. Ma ne varrà la pena.

L’ultimo braccialetto

Nel 2006 le WSOP per la prima volta organizzano l’evento $50.000 buy-in H.O.R.S.E., il campionato del mondo per mixed games. Si gioca a TH, Omaha Hi/Lo, Razz, Seven Card Stud e 7 Card Stud Hi/Lo. Partecipano 143 giocatori, grandi campioni e specialisti di varianti, tra i quali Doyle Brunson, Barry Greenstein, Patrick Antonius, TJ Cloutier, Phil Ivey e Andy Bloch. David “Chip” Reese se li lascia dietro tutti, battendo quest’ultimo nel finale. E’ l’apogeo di Reese come giocatore di poker da torneo, coronato da una prima moneta di $1.784.640.

Purtroppo sarà il suo canto del cigno. Nel 2007, all’età di 56 anni, David “Chip” Reese si spegne nella sua casa di Las Vegas: la causa è un attacco di cuore, conseguenza di una forte polmonite.

Complessivamente, in carriera Reese ha totalizzato $3.999.090 con 64 in the money, tre braccialetti e 21 piazzamenti a premio nelle World Series Of Poker. Ad eccezione di un risultato (11° posto al WPT Grand Prix di Parigi nel 2004), tutti gli altri li ha ottenuti negli States. Nel 1991 David Reese è diventato il più giovane giocatore ad entrare nella Hall of Fame del poker.

David “Chip” Reese (credits PokerNews)

Il cash game

Questo per quanto riguardo i tornei di poker. Non sappiamo quanto abbia vinto nel cash game, ma è probabile che si tratti di una cifra ancora più grande. David “Chip” Reese, infatti, non ha mai negato la propria predilezione per le partite libere di Seven Card Stud. “Se le condizioni sono quelle giuste, posso giocare contro chiunque” ha detto una volta.

La sua abilità nel cash game non è solo tecnica, ma anche quella di chi sa mettere a proprio agio giocatori professionisti, ricchi businessman e turisti che vogliono sedersi al tavolo e vivere una “serata da leoni”. Una approccio fondamentale per chi gioca a cash game e che Reese ha costruito attraverso un atteggiamento sempre calmo, cordiale, a volte perfino umile.

Secondo lo scrittore e giornalista Nolan Dalla, se “Chip Reese si fosse concentrato solo sui tornei di poker, sarebbe probabilmente diventato il più grande giocatore nella storia delle World Series of Poker. Ma la fama non è mai stata al top delle sue priorità. A lui interessava guadagnare soldi”.

Il lascito di David Reese

Posso puntare 100.000 dollari e non provare alcuna sensazione. Se pensi al significato dei soldi, sei finito“. Chip Reese lo dice in un’intervista per People del 2003. E’ l’insegnamento di un professionista del poker, del “più grande giocatore di Seven Card Stud di sempre“, secondo Doyle Brunson. E soprattutto è il lascito della sua storia di giocatore.

Va però capito il significato di quella frase. Per Reese il poker non è mai stato azzardo, brivido, emozione. E’ stato vincere per guadagnare soldi per sé, per la propria famiglia e anche per donarli in beneficienza, come ha più volte fatto.

Ed è la differenza principale con Stu Ungar, giocatore al quale spesso Reese è stato avvicinato per talento pokeristico. Interrogato su questo ipotetico confronto da Mike Sexton, David “Chip” Reese ha risposto: “Forse (siamo simili, ndr). Ma non ha importanza. Lui non ha mai capito lo scopo di questo gioco. L’obiettivo è quello di guadagnare per vivere meglio e prendersi cura della propria famiglia. Tutto quello che ha fatto Stuey è stato rischiare il massimo ogni giorno per poi annullarsi nella droga“.

Duro, ma probabilmente vero.

Foto di testa: David “Chip” Reese (credits Wikipedia)

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