Come si gioca a Short Deck, il Texas Hold’em con 36 carte

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Da un po’ di anni non c’è più un unico modo per giocare a Texas Hold’em. Anche se si tratta di un parente molto stretto, questo nuovo gioco cambia alcune regole chiave del poker più diffuso al mondo.

Parliamo dello Short Deck, la variante di poker dove si gioca con 36 carte al posto di 52. Dal mazzo vengono infatti rimosse le carte dal 2 al 5 e questa non è una differenza da poco. E’ abbastanza intuibile che, con meno carte nel deck, le combinazioni di punti alti diventino più frequenti. E con esse, anche i cosiddetti cooler.

Ma le 36 carte non sono l’unica differenza a livello di regole tra lo Short Deck e il Texas Hold’em classico, perché cambiano anche i punteggi. Nel nuovo gioco, infatti, il colore batte il fullhouse. Anche se può sembrare strano,  questa regola è una conseguenza del minor numero di carte con cui si gioca. In altre parole è una questione di probabilità: nello Short Deck è più facile chiudere un full che un colore, perché si centra un set il 17% delle volte in cui si ha una coppia, mentre le carte suited sono ora solo 9 e non più 13.

L’alta percentuale di set e trips rende il bilanciamento con la scala più complicato. Se, rispetto al TH, diventa più facile centrare un set al flop, diventa anche più probabile chiudere una scala al river. Per questa ragione alcuni casinò usano la regola classica, ovvero con la scala superiore al tris, in altri invece le tre carte uguali battono le cinque in fila. A proposito della scala, nello Short Deck l’Asso può essere usato per realizzare quella più bassa, cioè A-6-7-8-9.

Per questi ultimi aspetti, il TH con 36 carte ricorda un po’ il vecchio “poker all’italiana”, per chi conosce questo gioco. Per altri, invece, richiama il Pot Limit Omaha, come ha osservato il pro americano Dan Cates, un grande appassionato di Short Deck: “È una versione semplificata di poker, ma è molto più simile al PLO che al NLH. Ricorda il PLO non per il modo in cui si gioca, ma perché le percentuali delle mani sono sempre molto vicine. È un gioco dove si corre qualche rischio in più, come il PLO ma con più all-in, perché si gioca No-Limit. Chiaramente con 36 carte cambiano anche le percentuali: AA vs JJ preflop è qualcosa come un 70-30. J10s vs AK è un 50-50″. (fonte Assopoker.com)

Per queste ragioni qualcuno sostiene che andrebbe giocato Pot Limit, ma per ora ovunque nel mondo e in tutte le pokeroom online viene giocato No Limit, 6-handed e senza i bui tradizionali. Solo il giocatore in posizione di bottone posta il big blind (il cosiddetto Button Blind), mentre per tutti (lui compreso) c’è l’ante pari al BB.

Lo Short Deck si gioca già da diversi anni, soprattutto in Asia dove è molto diffuso. La popolarità a livello mondiale è arrivata però tra il 2017 e il 2018, soprattutto grazie al tour Triton Super High Roller, dove il gioco è stato introdotto in alcuni eventi ad hoc. Nell’edizione 2018 disputata a Buda, in Montenegro, si è imposto Phil Ivey che da allora non ha più smesso di cimentarsi in questa specialità. Oltre a lui, tanti altri pro nutrono una grande passione per lo Short Deck, come ad esempio Tom Dwan e l’italiano Dario Sammartino che nel 2019 si è aggiudicato il torneo di Short Deck all’EPT di Montecarlo.

La ragione di questo successo è probabilmente legata al fatto che si tratta di un gioco molto più dinamico e carico di adrenalina del Texas Hold’em, dove spesso bisogna aspettare un bel po’ di tempo prima di trovare una mano buona per fare azione. Con 36 carte l’azione è molto più frequente, ma bisogna comunque fare attenzione: non è un gioco facile, da prendere sotto gamba solo perché una mano vincente non è così difficile da trovare. A ragionare così, ci si può fare male. Ecco allora qualche suggerimento di massima per chi volesse avvicinarsi allo Short Deck:

1. Giocare ampiamente in bankroll. E’ scontato, ma nel 6+ Hold’em diventa più importante perché gli swings possono essere ancora più grandi rispetto al TH con 52 carte. Tenete presente che AK off vs JT suited è un coin flip, mentre coppia di Assi vs JTs è un 65%-35%.

2. Dimenticare le 52 carte. Il 6+ Hold’em è un Texas Hold’em che strizza l’occhio all’Omaha. La struttura senza blinds ma con ante (che diventa doppia per il bottone) crea molto dead money nel piatto, ma questo non è un buon motivo per pushare preflop con facilità o ingrossare il piatto con aperture molto grandi. Al contrario c’è un grosso vantaggio (economico) nel fare limp. I piatti importanti si vincono postflop, chiudendo punti “alti” come scale, fullhouse e superiori. Non stupitevi quando vedrete molti più quads rispetto al TH tradizionale!

3. I connectors sono importanti. Probabilmente vi sarà ormai chiaro, ma il punto medio si alza nel 6+ Hold’em. Un progetto di scala bilaterale al flop è davvero una situazione ottima, anche quando è opposto a una top pair: A♣A♠ vs J♦10♦ su un flop tipo Q♥9♠6♣ è poco meno di un coin flip! Un gutshot (scala a incastro, immaginate che nell’esempio al posto del 9 ci sia un 8) dà al progetto circa un 32%!

4. Fioccano i full! Preparatevi a giocare spesso su board binati, così come ad incontrare set al flop: in quest’ultimo caso la probabilità sale al 17%, quando si ha una coppia di partenza. Di conseguenza aumentano i fullhouse chiusi al turn e/o al river ma ricordate che, se è vero che la scala continua a perdere dal full, il colore lo batte. Anche la distribuzione di monster tra le hole cards aumenta: un motivo in più per studiare bene la fase preflop e fare attenzione ai possibili cooler!

5. Studiare. Il 6+ Hold’em è un poker diverso dal TH tradizionale. E’ probabile che chi ha già un po’ di confidenza con l’Omaha possa ritrovare alcuni schemi di gioco e concetti noti. Le equity sono molto più ravvicinate. Questo significa che anche quando abbiamo una mano forte, il nostro avversario avrà discrete chance di batterla.

 

Foto di testa: Tom Dwan impegnato nel torneo di Short Deck alle Triton Poker Series di Jeju (credits Triton)

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