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QPR 75/76, campione d’Inghilterra per 10 giorni

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L’Ovest di Londra non è una zona come le altre. Qui, villette in tipico stile middle-class colpiscono l’occhio per la loro uniformità ed eleganza. Quella del West London è una zona ideale dove crescere i propri figli, sognare la Nazionale con un pallone sotto al braccio e, possibilmente – a meno di clamorosi errori di natura tifare il Queens Park Rangers.

Per chi abita da queste parti, non c’è alcun dubbio in proposito: la squadra di Londra è il QPR, le altre – numerose nel numero, e tanto meno identitarie – al confronto non sono che la cornice del quadro.

Il miracolo QPR

Gli anni ’70 sono nel pieno del loro sviluppo. La droga, la musica e il sesso danno un sapore diverso a questo strano periodo della storia inglese. Certo, c’è il Punk, c’è il fenomeno Casuals, accompagnato a quello dei Mod, in piena rampa di lancio. C’è questa strana moda del capello portato lungo, dannato e ribelle – meno è pettinato, meglio è. La figura del bad boy, che ci hanno fatto credere sia nata in America, negli USA, viene partorita in questo preciso momento storico in questa precisa, e unica, zona della Gran Bretagna. D’altra parte, si sa: l’America l’han popolata galeotti inglesi.

Corre dunque l’anno 1976, siamo ad aprile. Il clima inglese è più o meno sempre lo stesso – foggy, dicono da quelle parti: espressione intraducibile e tanto più eccellente. Qualcosa, però, si muove. Tra le foglie arancio-rosso che sembrano mimetizzarsi alle villette in mattoncini, cosiddette a schiera, un alito di speranza sembra danzare col vento accresciuto dalle nubi. Il Queens Park Rangers, che solo due anni prima è salito in First Division, si gioca oggi la storia. A dirla tutta, il cammino non è ancora alla sua conclusione. Nel frattempo però, il sogno, per essere alimentato, ha bisogno di una fiammella positiva.

Si gioca a Loftus Road, è il 17.04.1976. Il QPR ha un solo punto di vantaggio dal Liverpool: una squadra, quella del Merseyside, che non è (ancora) un colosso del calcio inglese e mondiale. Tutt’altro. In qualche modo, al destino del QPR si intreccia quello dei Reds, perché quel pomeriggio la ruota gira in una direzione, e la storia ne seguirà le conseguenze.

Il QPR, dicevamo, a Loftus Road ospita il Norwich City, una squadra che ha ben poco da chiedere al campionato ma che, forse proprio per questo, gioca con una spensieratezza inquietante per gli oltre 27.000 tifosi della formazione allenata da Dave Sexton. Il punteggio è fisso sull’1-1, ma qualcosa nell’aria preannuncia tempesta. Non è soltanto il colore del cielo, foggy as always, ma l’andazzo della partita, che vede andare il Norwich sul 2-1 prima e sul 3-1 poi nell’arco di pochi minuti.

Il QPR, gelato da quell’uno/due letale, riesce quantomeno a rientrare in partita, ma il punteggio finale rimarrà immutato sul 3-2 per i Canarini. Che cantano, ma senza sinfonia; chi è che presta loro strumenti e voce? Il Liverpool di Bob Paisley, chiaramente.

I Reds non perdono l’occasione ed effettuano il sorpasso sul QPR a tre giornate dalla fine – Liverpool 56, dunque, QPR 55. In quel momento l’allenatore Dave Sexton compatta la propria squadra. Sa che i giochi, certo intricati, sono ben lungi dall’essere risolutivi.

Il sogno alimentato da Stan Bowles

Tre partite sono comunque tre partite. E poi, dopo l’inizio di stagione e il proseguo del QPR, come non credere nel miracolo? Basti pensare alla vittoria d’esordio proprio contro i Reds per 2-0, contro gli uomini del vecchio Shankly ora alla guida del discepolo Paisley. Un match già rivelatore, confermato sull’onda lunga dell’entusiasmo e del gioco brillante proposto dal QPR due giornate dopo, contro i campioni in carica del Derby County – un 5-1 che ha fatto la storia del campionato inglese, con le reti di Thomas e Clement e la tripletta dell’uomo più incredibile che ci sia: Stan Bowles.

Quest’ultimo è come l’espressione più compiuta ed esteticamente impeccabile del dannato inglese anni ’70. Il cosiddetto maverick, o cavallo pazzo. Maglia numero 10 sulla schiena (ereditata da un altro simbolo del club, l’irraggiungibile Rodney Marsh), mancino da far innamorare pallone e pupe ad un tempo (per non parlare dei tifosi, anche quelli più violenti), classe infinita e dannazione di natura.

Capello lungo, spesso spettinato, disordinato, fuori dall’ordinario appunto come l’uomo che ne ospita il capo (e i piedi). Questo giocatore, Bowles, dovete cercarlo sul web, vedervi un paio di video e tornare qui per leggere il proseguo della storia. La parentesi è intesa per essere breve. Ma siamo stati fin troppo brevi con questo straordinario talento (dannato) del calcio inglese. La sua unica sfortuna? Un amore fin troppo profondo per il gioco d’azzardo. Icone non si diventa, si nasce.

Torniamo però al finale di quella straordinaria stagione. Pensate solo al fatto che la formazione capitanata da Gerry Francis – centrocampista eccezionale, qualitativo e insieme carismatico – nelle ultime 12 partite aveva vinto contro l’Aston Villa (2-0, fuori casa), contro il Wolverhampton (la squadra del destino, come vedremo tra poco, dello scudetto dei Reds, per 4-2 in casa).

Erano arrivate le vittorie pesanti contro il Leicester e il Tottenham sempre fuori casa (1-0 e 3-0), la vittoria casalinga contro l’Ipswich Town per 3-1 e la vittoria per 4-1 col Coventry (in mezzo, il pareggio contro lo Sheffield United); ma anche le vittorie esterne con Newcastle, Everton e Stoke, oltre alla doppia vittoria casalinga col City e il Middlesbrough.

In altre parole, 11 vittorie e 1 pareggio per un rush finale meritevole di un riconoscimento eterno. Quel QPR non aveva i mezzi economici del Liverpool, ma era una squadra bella da vedere, ben disposta in campo, con un capitano sugli scudi e un talento fuori dal comune.

Campioni per 10 giorni

L’ultimo incontro stagionale vede il QPR ospitare il Leeds United a Loftus Road.

La partita dice 2-0 per il QPR, con le reti del solito Bowles e quella dell’ottimo Thomas. Crudeltà vuole, però, che mentre la formazione dell’ovest di Londra si trova a +1 dal Liverpool, i Reds siano impegnati in Europa – e giocheranno dunque il 4 maggio, ben dieci giorni dopo.

Sono 10 giorni surreali, in cui il QPR è virtualmente campione d’Inghilterra per la prima volta nella sua storia: 10 giorni di passione e di attesa, un tempo enorme per immagine cosa si farà in caso di vittoria o di delusione, per provare a giocare in anticipo la partita del Liverpool contro i Wolves, per calcolare tutti gli incastri favorevoli.

Per quel giorno la BBC, di casa nella zona West di Londra, ospita nei propri studi i giocatori di Sexton per assistere a Wolverhampton v Liverpool. I Wolves sono ad un passo dalla Seconda Divisione, e solo un risultato negativo del Birmingham sull’altro campo e la vittoria dei gold&black contro i Reds salverebbe i Lupi.

Impresa non da poco, fatto sta che la formazione di casa, di fronte ad un Molineux teatro di una finale, va in vantaggio e così chiude a fine primo tempo.

Purtroppo per il QPR e gli appassionati di calcio, accade però l’imponderabile.

I giocatori di casa vengono avvisati del fatto che il Birmingham ha vinto la sua partita, ciò che rende vano qualsiasi risultato al Molineux – almeno per il Wolverhampton. Il Liverpool sfrutta il morale dei giocatori di casa e ribalta il punteggio, chiudendo la partita addirittura sul 3-1.

Phil Parkes, Dave Clement, Ian Gillard, Frank McLintock, Dave Webb, John Hollins, Gerry Francis, Dave Thomas, Don Masson, Mick Leach, Stan Bowles, Don Givens: eccoli i nomi degli eroi del Queens Park Rangers; una squadra maledetta, completa, incompleta infine.

Ad un passo dal traguardo, troppo bella ed unica per chiudere col lieto fine una stagione che, a memoria di qualsiasi tifoso inglese, rimane la loro. Nonostante il risultato finale.

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