Elogiato pure da chi col calcio non ha mai avuto niente a che fare, Christian Chivu prima della semifinale di Supercoppa Italiana contro il Bologna – vinta 4-3 ai calci di rigore dai felsinei, grazie ad una trasformazione esemplare, dopo una serie di esemplari errori, da parte di Ciro Immobile – aveva dichiarato che, se il calcio fosse uno sport giusto, la finale sarebbe dovuta essere Napoli v Bologna, senza che le due milanesi, per essere arrivate in alto in classifica nella stagione passata, avrebbero potuto insediarle nel cammino (già compiuto). Il calcio, che non è mai stato uno sport giusto né democratico – se non nell’essenza del gioco, da cui il suo successo planetario –, avrebbe potuto girarsi dall’altra parte, come la dea Fortuna suole fare – e come Eupalla, cantata da Gianni Brera, da sempre fa.
Per una volta però il vaticinio di giustizia ha effettivamente incontrato la concretezza del dato storico. Le parole di Chivu, ahilui profetiche, si sono realizzate. E così il Bologna di Vincenzo Italiano ha raggiunto la seconda finale in due anni – la sua quinta in carriera, comprendendo le tre con la Fiorentina. Quella dello scorso anno l’ha vinta, come tutti ricorderanno, contro il Milan. Questa volta incontrerà il Napoli, che ha già battuto quest’anno – in campionato – nel match che ha di fatto consentito a Conte quella pièce teatrale così melodrammatica – con il buen retiro che assomigliava molto ad un buen adios – da risultare paradossalmente incentivante.
Il Napoli risorge sempre dopo la morte (apparente)
Il suo Napoli, dopo la sosta, ha vinto match complicati e pesanti, tutti contro squadre forti e potenziali “scontri diretti” per il titolo – o quantomeno per entrare nelle prime quattro in Serie A. Ha poi perso con l’Udinese una sfida che, per modalità, furore e periodo – i partenopei venivano infatti da un’altra sconfitta, in Europa contro il Benfica di Mourinho – poteva riaccedere antiche bili, vecchi mal di pancia mai troppo vicini alla guarigione definitiva. E invece.
Il Napoli di Conte, e questo è un merito straordinario, si è compattato ancora una volta nelle difficoltà. È come se questa squadra, specchio della sua piazza, avesse bisogno di scivolare negli abissi per risorgere, in stile anche barocco e non solo gotico, e creare nuova luce. Il Napoli contro il Milan ha vinto con merito (2-0) grazie alle reti di Hojlund (autore anche di un assist) e Neres, ormai una certezza nell’attacco contiano. Ha vinto, se vogliamo, alla “vecchia maniera”, di Conte come del calcio italiano tutto. Ha vinto cioè sudandosi ogni pallone e verticalizzando verso la rete alla prima occasione utile, con una rabbia e un ardore che per chi aveva messo in dubbio la pressione del sangue del Napoli di Conte ha dimostrato l’esatto contrario.
Una scena su tutte: il contrasto ellenico di McTominay su Tomori con conseguente parapiglia. Per carità, direte: fa parte del gioco, robe di campo. Vero. Rimane però il fatto che in terra araba la vittoria l’ha ottenuta chi non ha mai tirato indietro l’umiltà e l’onore.
Una sfida tra due grandi del nostro calcio
Dicasi lo stesso del Bologna di Italiano, una squadra che continua ad esprimere un ottimo calcio e che quest’anno sembra aver aggiunto ulteriore solidità in fase difensiva. Subire così poco contro questa Inter, miglior attacco del campionato per distacco, è molto indicativo. Farlo andando a prendersi la finale attraverso la lotteria dei rigori, lo è a maggior ragione, perché significa che oltre alla qualità c’è un carattere non indifferente.
Di questo, il merito va sì ai giocatori e alla società bolognesi, ma in prima istanza a Vincenzo Italiano, un allenatore spesso esaltato sul profilo tattico ma poco – troppo poco a nostro avviso – su quello psicologico. L’italo-tedesco è entrato nella testa dei suoi ragazzi, anche dei nuovi, riscaldandoli con quel fuoco che porta a traguardi insperati. E così, in attesa di capire cosa il campo dirà sul vincitore della Supercoppa 2025, rimane un verdetto spietato per le milanesi: il vento del nostro calcio è cambiato. Bologna e Napoli sono due grandi, e non deve passare troppa acqua sotto i ponti prima che lo stupore di vedere due finaliste non tradizionali si trasformi in coscienza storica.


