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Lazio-Inter: Inzaghi torna all’Olimpico per sfidare i “suoi” ragazzi

La sfida a Marassi contro la Sampdoria dello scorso 12 settembre aveva già gettato molte luci – molte ombre – sul grande pericolo derivante dal rientro in Italia dei giocatori impegnati con le proprie nazionali.

L’Inter con il dubbio sudamericano

Quando parliamo di Sudamerica, ça va sans dire, il discorso si complica ulteriormente. L’Inter di Inzaghi, il quale era riuscito a recuperare almeno Lautaro Martinez (in gol contro i blucerchiati) nella sfida poi finita 2-2, si troverà costretta a riconsiderare lo scenario post-nazionali nel big match di domani pomeriggio contro la Lazio (ore 18.00).

Per i biancocelesti, che hanno venduto l’unico sudamericano titolare in nazionale – Joaquin Correa, adorato dal tecnico dell’Albiceleste Scaloni, ex Lazio – proprio all’Inter, il problema neanche si pone.

Leiva, l’altro sudamericano, è fresco e riposato. Luiz Felipe, dietro, sta aspettando la convocazione dal Brasile, ma per ora nulla. Nei nerazzurri, è probabile vedere dal 1’ Lautaro Martinez, con Correa pronto a scivolare in panchina vuoi per scelta tecnica vuoi per condizione atletica del ragazzo – che è uscito acciaccato dalla sfida contro l’Uruguay, dove ha invece giocato Vecino, che si sta giocando in queste ore una maglia da titolare all’Olimpico.

L’alternativa tattica al forfait di Lautaro – ma è difficile pensare ad una sua assenza contro la Lazio – è rappresentata dallo spostamento di Hakan Cahlanoglu nei due d’attacco. Cahla diventerebbe così un “AT”, ricoprendo il ruolo – almeno alla lontana – che anche Correa ricopre quando viene schierato nei due davanti.

Con Lautaro, chiaramente, le cose cambiano. El Toro non è né un attaccante puro né un AT alla Correa, ma è entrambe le cose: da qui la sua importanza per l’Inter. Ma il vero hombre del partido potrebbe essere il non ancora citato Edin Dzeko.

Dzeko per dare imprevedibilità

Premessa. La Lazio, delle prime otto in classifica, è la squadra che ha subìto di più in Serie A; con Acerbi sempre in campo. La squalifica del difensore centrale azzurro (il migliore del reparto) è per i biancocelesti un’assenza pesantissima:

a) per il carisma del giocatore;

b) per la sua intelligenza tecnica e tattica;

c) per il ruolo di leader difensivo, mancando il quale una difesa che è già cantiere aperto potrebbe mostrare tutte le sue (spaventose) lacune.

Premessa, come detto, che va però completata con un appunto tattico su Edin Dzeko. Quando gioca il bosniaco, l’Inter gioca meglio. Al di là della sua media realizzativa (nessuno da Ronaldo il Fenomeno aveva mai segnato 6 gol nelle prime 7 partite alla prima esperienza in nerazzurro), a colpire è l’intelligenza del giocatore bosniaco.

Se con Lukaku l’Inter aveva sì un’arma formidabile spalle alla porta – o in campo aperto, qualora gli si fosse lasciato troppo spazio – ma anche un chiaro riferimento per i difensori centrali, con Dzeko è diventato quasi impossibile per le difese avversarie prevedere la creatività del gioco nerazzurro.

Non è un caso se Acerbi contro Lukaku ha sempre fatto molto bene – con l’eccezione dello scorso anno a San Siro quando il belga segnò due reti.

Mancando il riferimento, la difesa (in generale) va in difficoltà. Quando il non-riferimento si chiama Edin Dzeko, poi, le cose si fanno ancora più interessanti. La qualità tecnica e la visione di gioco del bosniaco penetrano la difesa avversaria come coltelli nel cotone. Aspettiamoci corse furibonde di Dumfries da una parte e Perisic, più che Di Marco, dall’altra.

Una Lazio più coperta?

Più che Di Marco, proviamo a spiegare perché. Con gli addii di Lulic e Parolo, ma anche con l’addio di Correa e l’assenza di Marusic dal primo minuto – oltre alla già citata squalifica di Acerbi – la Lazio perde centimetri importanti in mezzo al campo.

E sulle palle inattive, dove la squadra di Sarri ha già ampiamente dimostrato le proprie deficienze, l’Inter potrebbe mettere in estrema difficoltà la retroguardia biancoceleste.

Per questo, non solo ma anche per questo, la scelta della fascia sinistra potrebbe ricadere su Ivan Perisic, che fisicamente può sfruttare centimetri e potenza fisica sul velocissimo ma piccolo Manuel Lazzari.

Per la Lazio si prospetta una partita complicata a dir poco, ma anche la squadra di Inzaghi ha le sue debolezze.

L’Inter rispetto allo scorso anno gioca indubbiamente meglio, ma è difficile dire quanto sia solida. Davanti costruisce di più – e con più qualità – ma dietro concede qualcosa.

Fondamentale sarà capire se Immobile partirà o meno dal primo minuto, idem Zaccagni che anche in corsa può essere una carta importante da giocare per Maurizio Sarri. Non è follia prevedere una Lazio attendista almeno in una prima fase. Per quanto attendista possa dirsi una formazione di Sarri, chiaramente.

L’allenatore toscano sa di non poter concedere spazio alle spalle del centrocampo e soprattutto della difesa per gli inserimenti senza palla dei nerazzurri.

Milinkovic-Barella la chiave

C’è poi il lato emotivo, sul quale è bene sostare un momento. Per i giocatori dell’Inter questa sarà una partita come le altre, per Inzaghi ovviamente no. Ma è soprattutto per i giocatori della Lazio che non sarà una partita qualsiasi.

Gente come Milinkovic, Luis Alberto, Luiz Felipe, lo stesso Immobile, gente cresciuta cioè a pane, Lazio e Simone Inzaghi rivedere il proprio (ex) allenatore su una panchina avversaria può costituire uno stimolo ulteriore a fare meglio. A dare qualcosa in più per dimostrare il proprio valore.

Un duello, quello tra Inzaghi e il suo passato, che si riproporrà in mezzo al campo tra Barella e Milinkovic-Savic.

È da questo duello che si deciderà gran parte dell’esito dell’incontro. Da un punto di vista fisico non c’è partita, ma Barella ha dimostrato di essere in una forma smagliante, al contrario di un Milinkovic compassato e sornione.

Attenzione però alle partite che contano: sono quelle nelle quali il Sergente dà il meglio di sé. Se lo augurano i tifosi della Lazio, stretti intorno ai tre tenori tra centrocampo e attacco.

Non se lo augurano i tifosi interisti, che a Roma – due anni fa – capirono di non poter competere per lo Scudetto, in una gara che poteva lanciare la Lazio verso un clamoroso primo posto, ma che ha lasciato spazio a tutta una serie di verbi al condizionale per via della brusca interruzione dovuta alla pandemia che si sarebbe palesata di li a poco.

Vinse la Lazio, segnò Milinkovic, ma in panchina c’era Conte. Dall’altra parte Inzaghi. Due anni sono pochi, e già tutto è cambiato. Anche 90’ possono dire tanto.

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