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Lapadula e gli altri: 5 italiani nazionali altrove

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Fratelli d’Italia, ma anche del mondo. Cosa succede se non c’è spazio in Nazionale? Molto semplice: si cerca uno spot altrove, una maglia e un inno da cantare. Anche solo in playback, magari.

Un po’ come faceva Mauro German Camoranesi quando non aveva la bocca sigillata: lo juventino, nato e cresciuto in Argentina, ha completato la vendetta perfetta. Ignorato dalla nazionale Albiceleste, si unì sul carro tricolore, giusto in tempo per correre con una schiera di fuoriclasse.

Iniziò nei primi anni del Duemila, quando il calcio italiano era fucina di talenti e cassaforte di infinita qualità; l’anno clou fu chiaramente il 2006. La Germania, il suo ruolo ibrido, un Mondiale da assoluto protagonista. E pazienza se l’inno di Mameli lo sapeva un po’ così, un po’ male.

La storia degli oriundi italiani ha fatto grande la Nazionale, ma l’esatto contrario si può dire? No, non proprio.

Ed è destino comune di tutte le migliori selezioni. Del resto, se c’è la maglia azzurra – che sia miraggio o più nel concreto -, perché sognarne un’altra? Le scelte sono prese dal destino e mai dai protagonisti.

Come accaduto a questi cinque giocatori: non l’hanno mica rifiutata, la maglia dell’Italia. Hanno solo cambiato orizzonti.

Gagliolo: Svezia

Riccardo Gagliolo, nato ad Imperia nell’aprile del 1990. Nazionalità: svedese. Come? Sì, e va così da almeno 5 anni, da quando ha perfezionato la cittadinanza e ottenuto il passaporto. È accaduto tutto nell’ottobre del 2015: una volta firmate le carte, si è messo lì ad aspettare una chiamata della Svezia. Riccardo, eleggibile dagli scandinavi grazie alla nazionalità di sua madre, ha dovuto attendere 4 anni prima di assaggiare una convocazione ufficiale.

Arriva nell’ottobre del 2019, per le due partite contro Malta e Spagna, valide per le qualificazioni al campionato d’Europa del 2020. Non viene impiegato, però. Il campo arriva solo successivamente: è titolare contro le Isole Faer Oer. Nota a margine: per le sue origini è soprannominato Thor. Alle volte pure «il vichingo».

Lapadula: Perù

Nato a Torino, cresciuto a Collegno, passato per Vercelli e con accento piemontese spagnoleggiante. Ad occhi chiusi, è un torinese dal sangue pugliese. Ma i tratti somatici non mentono: ha preso tutto da sua madre, peruviana. Resa orgogliosa dall’ultima scelta della sua carriera: dopo aver rifiutato a lungo la nazionale peruviana – era stato convocato per la Copa America Centenario – in attesa di una chiamata dalla nazionale italiana, ha accettato appena qualche mese fa la chiamata di Ricardo Gareca, l’attuale ct del Perù. Dentro per le sfide con Argentina e Cile, valide per le qualificazioni a Qatar 2022. Debutta il 14 novembre ed è quasi festa nazionale: in Perù sono letteralmente impazziti per Lapa gol. Lo seguono sui social e lo idolatrano praticamente ovunque. Gli hanno pure perdonato la voglia d’Italia, soddisfatta a metà in un’amichevole vinta per 8-0 contro San Marino (realizzò pure una tripletta). Lo convocò Ventura, ma non era gara ufficiale…

Mastour: Marocco

È un classe 1998 ma se ne parla di fatto da quasi 10 anni. Hachim Mastour doveva essere il grande talento del Milan e della Nazionale. Ecco, peccato che di azzurro – a parte un paio di occasioni con l’Under 16 – abbia visto proprio poco. E per sua scelta. A soli 16 anni e 362 giorni, infatti, Hachim diventa il più giovane esordiente nella storia della nazionale marocchina, debuttando il 12 giugno 2015 contro la Libia. Dopo aver fallito a Malaga e con lo Zwolle, da due stagioni è alla Reggina, in Serie B.

Margiotta: Venezuela

Il più classico dei centravanti, fisico e con grande personalità. Non è un caso che sia riuscito ad entrare nel cuore di tante squadre di provincia. È partito da Pescara, ma il suo cuore è sempre stato venezuelano. Alt: a Maracaibo è nato e cresciuto, seppur da famiglia italiana. Famiglia di Raiano, per la precisione, e cioè provincia dell’Aquila. A soli 17 anni, il debutto nel calcio professionistico, con una strada già tracciata nelle varie under dell’Italia. Dall’Under 18 all’Under 21, con partecipazione alle Olimpiadi del 2000. Poi? Poi niente. Quattro anni più tardi, la scelta Venezuela: undici presenze e 2 reti. Con una Copa America all’attivo, con tanto di gol.

Manfredini: Costa d’Avorio

Corsa a perdifiato e vero talento nella lettura delle situazioni. Ricordate il Chievo di Delneri? Ecco, allora ricorderete anche Christian Manfredini, salernitano e ivoriano. O meglio: nativo della Costa d’Avorio e adottato da una famiglia di Battipaglia, in provincia di Salerno. La partenza? Dalla Juventus, dal 1988 al 1993, poi da Pistoia a Cosenza, fino a Genoa, Chievo e Lazio. Decisiva è proprio l’esperienza biancoceleste: vi ritorna dopo anni di prestito nell’estate del 2004, e vi rimarrà per ben 7 anni. Nel 2006, la chiamata della Costa d’Avorio, dopo aver atteso vanamente un’occasione con gli azzurri di Trapattoni. Esordio con la Spagna, un’altra presenza con Israele.

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