Il poker americano ha molti nomi.
Da almeno trent’anni, quello più conosciuto è Texas Hold’em, sotto al quale si nasconde la tipologia di poker maggiormente giocata nei tornei a livello mondiale. Poi ci sono le cosiddette varianti del Texas Hold’em: alcune ad ampia diffusione, altre limitate a una nicchia di appassionati e sperimentatori. Ma il mondo del poker va oltre le formule e le tipologie di gioco che si usano per le competizioni.
Prima che il Texas Hold’em diventasse dominante nei casinò e nei tornei internazionali, il poker era soprattutto un gioco da cucine, bar e partite tra amici, spesso basato su regole creative e soprattutto sull’uso di wild cards. Queste carte “jolly”, capaci di assumere il valore di qualsiasi altra carta, offrivano un divertimento extra, rendendo le partite decisamente imprevedibili e spettacolari.
Molti professionisti oggi affermati hanno iniziato proprio con queste varianti casalinghe, dove fantasia e divertimento contavano spesso più della strategia pura.

A cominciare da Phil Hellmuth, uno dei giocatori ancora in attività più noti nella storia del poker. Da ragazzo, nel Wisconsin, il 17 volte vincitore di un braccialetto WSOP giocava spesso a Black Mariah, una variante del Seven-Card Stud con diverse carte wild.
In questo gioco, i due, i Jack con un solo occhio – cioè quelli di Picche e Cuori rappresentati di profilo nelle carte francesi – e il cosiddetto Suicide King (Re di Cuori, perché ha una spada conficcate in testa) erano considerati jolly. Un’ulteriore particolarità prevedeva che la carta di picche più alta coperta potesse vincere metà del piatto. Le puntate erano modeste – il “big chip” era semplicemente un quarto di dollaro – ma per Hellmuth e i suoi amici quelle partite sapevano già di competizione e adrenalina.
Anche Daniel Negreanu, altro gigante del poker moderno, ricorda con affetto i giochi improvvisati della sua giovinezza. A Toronto, insieme ad alcuni amici, inventò una variante chiamata Vanunu, basata sul Seven-Card Stud Hi/Lo ma con diverse modifiche. Ne abbiamo parlato in un altro articolo.
Per Darren Elias, plurivincitore di eventi World Poker Tour, il ricordo più vivido riguarda Scat, un gioco di carte praticato con la famiglia.
Ogni giocatore riceve tre carte e deve cercare di ottenere 31 punti o avvicinarsi il più possibile, con le “figure” (Re, Donna e Jack) che valgono 10 e gli assi 11. I partecipanti possono scartare e pescare nuove carte oppure prendere quella scartata da un avversario. Quando un giocatore ritiene di avere una mano forte, può “bussare” sul tavolo, segnalando che tutti avranno solo un ultimo turno prima dello showdown.

Tra i giochi più bizzarri ricordati dai professionisti c’è Lamebrain Pete, preferito da Dutch Boyd, al secolo Russell Aaron Boyd. Si tratta di una variante derivata da un flop game chiamato Cincinnati.
Ogni giocatore riceve cinque carte coperte e può usarne quante vuole per comporre la mano finale. Sul board scende solo il flop (tre carte) che viene distribuito una carta alla volta, con un giro di puntate tra ogni fase. La particolarità è che la carta più bassa sul board diventa wild, creando combinazioni spesso estreme.
In queste condizioni, non è raro arrivare a cinque carte dello stesso valore, una mano capace di battere anche la scala reale!
Le wild cards non generano solo combinazioni improbabili, ma anche storie memorabili. Il professionista americano Brandon Wittmeyer ricorda ad esempio il gioco In Between the Sheets, in cui i giocatori scommettono se la carta successiva cadrà tra due hole cards già scoperte.
Durante una partita familiare, racconta Wittmeyer, una sua zia arrivò a scommettere addirittura la propria auto dopo aver ricevuto una mano quasi imbattibile. Incredibilmente, l’unica carta che poteva cambiare l’esito favorevole uscì dal mazzo, facendole perdere la scommessa – almeno temporaneamente, visto che un parente riuscì poi a recuperare la macchina giocando altre mani.

Concludiamo con una variante amatoriale priva di wild cards. Lo scrittore e giocatore di poker James McManus, autore del celebre libro Positively Fifth Street, ha raccontato di aver giocato per anni a una variante chiamata Share Four.
In questo gioco ogni partecipante riceve quattro carte coperte. Al centro del tavolo vengono invece distribuite quattro carte comuni. La particolarità è che queste carte vengono progressivamente “condivise” tra i giocatori: ciascuno può scegliere quali utilizzare insieme alle proprie per costruire la mano finale.
Il sistema crea dinamiche molto diverse rispetto al Texas Hold’em o all’Omaha, perché i giocatori devono valutare attentamente quali combinazioni sono ancora possibili anche per gli avversari. Pur senza l’elemento caotico delle wild cards, Share Four riesce comunque a produrre situazioni imprevedibili e decisioni strategiche insolite.
Secondo McManus, giochi di questo tipo rappresentano perfettamente lo spirito delle partite casalinghe di poker, dove la creatività spesso conta quanto la tecnica e dove nuove varianti nascono semplicemente dall’idea di rendere la serata più divertente.
Immagine di testa credits RIHL