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Roma-Liverpool 1984: la grande delusione giallorossa

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Immaginatevela, una delusione così. Semplicemente impossibile, semplicemente indescrivibile. Rimane il sollievo dei cugini laziali, la beffa del Liverpool, squadra essenzialmente votata all’Europa. Della Roma, di quella notte, non rimane granché. Come le rovine della città, il cui silenzio spettrale sembra sussurrare da un tempo non tanto lontano ma infinitamente altro, così quella partita, celata come una ferita nel ricordo dei tifosi giallorossi, sembra gridare vendetta a 36 anni di distanza.

La grande attesa

Roma v Liverpool, finale della Coppa dei Campioni 1983/1984. Roma, Stadio Olimpico di Roma. L’anafora è voluta. Bisogna sottolineare ancora una volta il dramma di una notte irripetibile – in tutti i sensi. Certo, immaginatevi pure i fahrenheit di pressione che ribollivano il sangue dei giocatori giallorossi, prima di scendere in campo. Un assedio alla città, quello dei tifosi lupacchiotti, che nemmeno durante lo Scudetto s’era verificato.

Un assedio di colori e di passione. Quest’ultima, carburante del tifo romanista, quasi deborda per troppo calore, finendo spesso e malvolentieri per investire, col proprio magma, la squadra della Roma. Questa eruzione, se così possiamo chiamarla, è proprio ciò che si verifica quella sera.

Il clima è perfetto, non c’è neanche una nuvola in cielo. La temperatura è stabile, equilibrata, leggera. Ci sono, in una parola, le migliori condizioni possibili per giocare una partita di calcio. La telecamera indugia sulle due formazioni, schierate l’una di fianco all’altra, mentre scorrono i nomi delle pedine da gioco. Visibile la differenza di elettricità. I giocatori del Liverpool si guardano intorno più curiosi che spaventati; quelli della Roma saltellano invece nervosamente, non si scambiano uno sguardo, non si girano ad ammirare l’Olimpico e, se lo fanno, è per distoglierne la mira. Agostino Di Bartolomei, il capitano, saluta qualcheduno in tribuna, poi il capitano dei Reds, lo scozzese Graeme Souness.

La Roma è in abito da gala. Divisa bianca di contro al rosso infernale del Liverpool. Il calcio d’inizio è da ridere: Graziani scaglia un destro violentissimo ma lentissimo verso i pali difesi dallo zimbabwese Bruce Grobbelaar, che blocca la sfera e fa ripartire l’azione dei suoi. Le due squadre sono schierate l’una di fronte all’altra con due moduli abbastanza differenti. La Roma utilizza un 4-3-1-2 che, nelle intenzioni almeno, deve liberare mente, piedi e idee ai due giocatori più dotati in campo: Paulo Roberto Falcao e Bruno Conti. Il Liverpool, dal canto suo, risponde con un italianissimo 4-4-2.

Botta e risposta nel primo tempo

Al 13′ la morte suona al campanello. Nell’area giallorossa. Cross dalla destra di Craig Johnston, incertezza clamorosa di Franco Tancredi e pallone momentaneamente recuperato da Sebino Nela, che controlla la sfera portandola sull’esterno. Il suo rinvio, ancor più clamorosamente, colpisce in pieno lo stesso Tancredi, fermo a terra come un sacco di patate: la sfera vaga incerta e tagliente verso il dischetto del calcio di rigore. Si avventano sul pallone due giocatori in divisa bianca, ma è un rosso a buttarla dentro, gelando l’Olimpico e riscaldando i cuori già resi ebbri dall’alcool dei tifosi del Liverpool. Ha segnato Phil Neal; è il 14′ e la Roma si è fatta gol praticamente da sola. Ma il risultato ora dice Liverpool.

La Roma risponde di rabbia. Rimessa laterale battuta rapidamente da Conti per l’accorrente Graziani, il cui destro, deciso ma stanco, viene bloccato con estrema efficacia da Grobbelaar. La Roma ha provato a rispondere, ma è ancora imbambolata. Lo dimostra pochi istanti dopo Sebino Nela, il cui mancino ad allargare il gioco è un regalo a Ian Rush. Quest’ultimo, in custodia di un nome che dice già le proprie caratteristiche calcistiche, s’invola a tutta velocità verso i pali difesi da Tancredi, che gli risponde sul proprio palo dopo il mancino scagliato, con violenza ma poca precisione, dallo stesso attaccante gallese.

Il tempo passa; è un tempo magico, soporifero. Davvero tutto quello che c’è stato fino ad ora è successo? Davvero deve finire così? Evidentemente no. Minuto 43. Bruno Conti crossa, di destro, come meglio non potrebbe, dalla sinistra. Pruzzo quasi arretrando trova le forze di spingere il pallone alle proprie spalle con un colpo di frusta degno di un cavallo da corsa.

La parabola è di quelle malefiche: il pallone si infila alle spalle di Grobbelaar senza lasciarli la minima possibilità di scampo. Un boato incredibile contrasta con la corsa in solitaria di Roberto Pruzzo verso la propria panchina. Sembra quasi che i giocatori giallorossi non abbiano la forza di credere a quello che è appena accaduto. Tutti i favori del pronostico, dopo un gol siglato a fine primo tempo, che ridà pareggio e speranza in un colpo solo, col pubblico dalla propria parte, è una manna dal cielo persino migliore dello 0-0. 1-1 dunque, la Roma ha pareggiato i conti.

La tensione vince la partita

Secondo tempo. Occasione Liverpool, quasi subito. Su angolo battuto dalla destra, il Liverpool attacca sotto Curva Nord. Kenny Dalglish controlla in malomodo una sfera dal movimento maligno, per poi scagliare un destro violento, ma uscito male, verso la porta difesa da Tancredi, che respinge rinviando il pallone alla propria destra. Il secondo tempo procede senza emozioni. La Roma non riesce ad attaccare. Il gol del pareggio anziché dargli forza sembra essere stato l’ultimo respiro di un lupo ferito mortalmente. Come è possibile? La Roma vuole portare la partita ai supplementari, ma il Liverpool al minuto 85′ rischia di passare nuovamente in vantaggio. Kenny Dalglish imbecca splendidamente Nicol, subentrato al 69′ a Johnston; il suo mancino però è centrale e permette a Tancredi di allontanare il pericolo.

Supplementari. La Roma, come era lecito attendersi, prova a trascinarsi verso il successo. Trascinarsi, come un soldato che, colpito da un proiettile mortale, prova ugualmente a trascinarsi verso la propria trincea, alimentando da sé una speranza che da fuori ha i tratti della semplice follia. Bruno Conti, scheggia impazzita, si porta il pallone sul sinistro e calcia verso la porta di Grobbelaar. Alto. Ancora Conti, durante il secondo tempo supplementare. Questa volta partendo da sinistra, si accentra e calcia di destro; la palla schizza impazzita battendo a terra poco prima che Grobbelaar possa, con l’aiuto di due compagni, recuperarla con un sospiro di sollievo. E’ l’ultima emozione di una partita tanto tesa quanto brutta. Calci di rigore.

I rigori e il tradimento del Re

Steve Nicol sul dischetto. Rincorsa stile parrocchiale, destro col corpo all’indietro; pallone in curva sud. Il primo rigore della serie è semplicemente osceno. All’oscenità di Nicol risponde la freddezza glaciale dell’inarrivabile capitano, Agostino Di Bartolomei. Ago non fa neanche un passo; è fermo sul dischetto in attesa del fischio dell’arbitro, come chi attende un destino conosciuto. Come solo gli dèi o un semi-dio può permettersi. Esecuzione centrale, perfetta. Grobbelaar si butta alla propria destra ma il pallone impatta la rete nera come il mistero di quella notte. 1-0 per la Roma.

Fischi di guerra dell’Olimpico, fischi di speranza, fischi di chi sente vicino a sé lo spirito del tempo, proprio. Phil Neal, autore del gol del momentaneo vantaggio al 14′, si presenta dagli undici metri. Il destro del numero 2 è semplicemente perfetto. Tancredi alla propria destra, pallone di Neal alla di lui destra. Altresì detto, portiere da una parte e pallone dall’altra. Il Liverpool ha risposto allo shock. Ora sta alla Roma rispondere del proprio destino. Conti, forse il migliore in campo, si presenta dal dischetto. Le mani, poste nervosamente sui fianchi, scivolano insieme alle cosce, che non riescono a stare ferme. Conti balbetta, ma con le ginocchia. Il suo sinistro è la tremenda conseguenza di una tensione che ti mangia la pelle e le ossa. Pallone altissimo.

Souness, con una tranquillità di passo che è il contraltare esatto della frenesia di Conti, calcia di collo pieno il pallone, che si insacca sotto il sette alla sinistra di Tancredi il quale pure aveva indovinato l’angolo. 2-1 Liverpool. Rigore davvero sontuoso, quello del capitano dei Reds. Ubaldo Righetti è nato il 1° marzo del 1963. Quando va dal dischetto, ha appena 21 anni. Rincorsa breve, dritta come una retta euclidea. Non è facile stabilire se sia follia di gioventù o padronanza estrema del proprio corpo. Non importa stabilirlo, perché la rete canta da sé. Rigore perfetto, è 2-2.

Ian Rush si presenta dal dischetto. E’ il momento cruciale della serie dei calci di rigore. L’attaccante gallese, abituato a segnarne tanti, prende una rincorsa lunga ma decisa, veloce ma insieme misurata; il suo destro spiazza Tancredi, che ci sta capendo davvero ben poco. Il punteggio ora dice 3-2 per il Liverpool. Quarto rigore per la Roma.

Dagli 11 metri si presenta Ciccio Graziani.

La scena è così drammatica che servirebbe Dumas a descriverla. Le ginocchia di Grobbelaar ballano di una danza che viene dagli inferi. L’arbitro non si accorge di nulla e si limita ad indicare a Graziani il giusto posizionamento della sfera. Ciccio si asciuga il viso con la maglia già bagnata del sudore di 120 e più minuti di gioco. Il boia della propria esecuzione è il proprio piede destro. Pallone che colpisce la traversa e va altissimo. Dalla curva sud si vedono arrivare la sfera, bianca come la neve, bianca come il pallore di un cadavere. In questo pallone c’è la vittoria che sfuma, l’appuntamento con la storia che fallisce; ma c’è anche la codardia di Falcao, assente ingiustificato nel momento del bisogno. E c’è la danza beffarda di Grobbelaar, che non ha fatto un bel niente, ma è come se avesse parato lui quel rigore.

Alan Philip Kennedy, dagli 11 metri, è freddissimo. Pallone alla destra di Tancredi che, guarda caso, si butta alla propria sinistra. Il Liverpool è campione d’Europa. La Roma piange una finale che è impossibile cancellare, che nemmeno il tempo, a distanza di più di 35 anni, è stato in grado di adombrare.

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