Una finale tutt’altro che scontata.
Se aveste chiesto ad un tifoso della Lazio, prima della semifinale di ritorno contro l’Atalanta (vinta poi ai calci di rigore, grazie ad uno strabiliante Edoardo Motta): «preferiresti incontrare l’Inter o il Como, in finale?», la risposta sarebbe stata senz’altro: «l’Inter, che domande». Se aveste chiesto ad un interista, quale squadra tra i biancocelesti e i nerazzurri di Bergamo sarebbe stato meglio affrontare all’Olimpico il 13 maggio, avrebbe risposto: «la Lazio, ovviamente».
In questo articolo, più che analizzare la partita in sé, che offre comunque molti spunti sotto il profilo tecnico-tattico, ci piacerebbe approfondire la natura di queste due risposte, cercando quindi di capire perché ad un tempo entrambe le squadre affrontino l’avversaria perfetta, ma anche perché potrebbero pentirsi di questa gioia preventiva – se così possiamo chiamarla.
Partiamo dalla risposta meno ovvia delle due: quella dei laziali. Ci si potrebbe infatti domandare, a ragione, per quale motivo si dovrebbe preferire la squadra campione d’Italia – nonché quella indubbiamente più forte – ad una «esordiente» nella competizione, come il Como di Fabregas. Probabilmente nella domanda c’è già la risposta, o un potenziale ragionamento perlomeno. Il Como, proprio perché è fresco nel suo salto da piccolissimo a grande club del nostro calcio, avrebbe giocato con scioltezza la finale – quella di chi sa di non aver nulla da perdere o dimostrare.
Inoltre, da un punto di vista anche tattico, il Como quest’anno ha dimostrato di poter banchettare sul 4-3-3 di Sarri, messo in grande difficoltà all’andata (2-0) e in grandissima difficoltà al ritorno (0-3, ma poteva finire molto peggio all’Olimpico). Le trame di gioco nello stretto, soprattutto un pressing asfissiante, che per essere superato richiede enorme qualità, hanno mostrato tutti i difetti della Lazio – una squadra molto forte quando deve attendere, difendersi dall’avversario e ripartire in contropiede, ma anche molto debole quando è lei a dover fare la partita, o a dover mettere in campo qualità nel fraseggio.
Certo, era un’altra Lazio quella di gennaio rispetto a quella dei giorni nostri, che ha decisamente cambiato marcia battendo anche squadre molto forti negli ultimi mesi – il Milan, ad esempio, ma soprattutto il Napoli all’Olimpico, il Bologna al Dall’Ara (due volte) e l’Atalanta fuori casa.
Quella di Sarri è una squadra operaia, specchio del suo allenatore spesso – e ingiustamente – dipinto come un esteta del bel calcio un po’ fine a se stesso, che invece ha dimostrato a tutti come sia innanzitutto un artigiano del mestiere, un condottierocapace di tenere la nave tra le onde di una stagione turbolenta – a dire poco – per portarla in porto, almeno a giocarsi un trofeo (due, compresa la Supercoppa Italiana) a fine anno – in quello che molti hanno definito a ragione l’anno più difficile dell’era Lotito da 20 anni a questa parte.
Ora forse si capisce meglio perché i laziali preferiscano incontrare l’Inter, almeno nella partita secca. Diverso è il discorso per gli interisti, le cui preferenze sono assai più comprensibili. In effetti la Lazio è una squadra molto più debole dei nerazzurri, anche se avrà la spinta della città che ospita la finale dalla sua parte. Inoltre Chivu ha già dimostrato di saper neutralizzare – ben due volte, certo in circostanze diverse – la Lazio di Maurizio Sarri.
Tutto sta nel gioco degli esterni, nelle furenti sovrapposizioni dei Dimarco e dei Dumfries, ma anche nel palleggio tra difesa e centrocampo (pesante però l’assenza probabile di Calhanoglu) capace di mandare fuori giro qualsiasi pressing – persino quello del già citato Como, spazzato via in campionato e in Coppa Italia con una facilità quasi disarmante.
La Lazio dunque non parte certo coi favori del pronostico, ma al contempo l’Inter non deve commettere l’errore di sottovalutare i biancocelesti, che hanno dimostrato di poter tirare fuori prestazioni leggendarie contro avversari ben più blasonati, come i nerazzurri.
Mettiamoci pure che la Lazio è la squadra che ha segnato più gol quest’anno dopo il novantesimo in Italia (9) ed è seconda in questa statistica in Europa (sic!) nei top cinque campionati. Le ripartenze di alcuni giocatori di gamba, su tutti Nuno Tavares e Isaksen, possono fare la differenza in un match che ci aspettiamo tutt’altro che aperto, molto teso e chiuso fin dall’inizio. Alla lunga, potrebbe fare la differenza la voglia di vincerla, ma anche – tecnicamente parlando – la possibilità di farlo ricorrendo agli uomini dalla panchina. Un’arma che sia Inter che Lazio quest’anno hanno dimostrato di saper sfruttare, pure con evidenti differenze di cabotaggio. Sarà quindi, di nuovo, una finale tutta da vivere.


