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L’unico titolo nella bacheca dell’Atalanta: la Coppa Italia 1963

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Il calcio di sessant’anni fa. Che era un’altra storia, che erano altre storie. Quasi tutte favole, per la costruzione e per come venivano raccontate. Del resto, il supporto delle immagini non esisteva ancora: la tradizione era solo scritta e per questo si viaggiava più agilmente con la fantasia. E volava, in altissimo, quella dei bergamaschi quel 2 giugno del 1963. La data è un pezzo di storia, incastrata per sempre nella parte centrale della vita dell’Atalanta. Prima dei fasti degli ultimi tempi, c’è stata parecchia miseria. Prima delle notti europee, del Papu e del Gasp, delle brillanti campagne più veloci dei sogni, c’è stato un periodo di vacche magre che sembrava fosse regola e non l’eccezione.

Si guardava indietro, era lo sport degli anni Novanta e prima ancora degli anni Ottanta. Si guardava a quella stagione 1962/1963: la Bergamasca Calcio, con il suo popolo nerazzurro, aveva rifilato un 3-1 sonoro al Torino e, per la prima volta dal 1907, aveva alzato un trofeo di assoluto livello: la Coppa Italia.

Il ricordo ancora vivo

Ed era una squadra forte, quella del boom italiano e del boom atalantino. A partire dall’innamorato pazzo Pizzaballa: tra i pali era di un livello superiore, e la carriera tra Roma e Milan lo dimostrò, ma per lui, bergamasco di Bergamo e cresciuto proprio in nerazzurro, giocare per la maglia della sua città batteva ogni sensazione, ogni viaggio oltre confine, ogni possibilità (e una ne ebbe) di arrivare a difendere i pali della Nazionale. Ecco, tanto per capire il contesto e gli uomini. Come Alfredo Pesenti, uno dei migliori esterni mai visti all’Atalanta; dalla parte opposta, faceva da contraltare Franco Nodari: fu un idolo totale, chiamato “ol gat de marmo” per il suo modo di giocare, da dodici stagioni nerazzurre.

Il leader però era Gardoni: a capo della difesa e dell’impostazione, supportato dalla corsa di Veneri e infine Umberto Colombo, l’uomo d’esperienza con quel passato alla Juventus che non poteva essere cancellato, che però risultò fondamentale. Fondamentale così come le geometrie di Flemming Nielsen, d’una forza bruta e di una tecnica spavalda, in aiuto al dieci per eccellenza di quei tempi: la qualità di Mereghetti, insostituibile. Sugli esterni, l’inizio di una carriera incredibile come quella di Domenghini e poi gli inserimenti di Magistrelli. In fondo, Salvador Calvanese: il centravanti tutto d’un pezzo e vivo sempre di sponde.

In panchina? Un uomo di poche parole, ma dalla conoscenza calcistica sconfinata: la ‘zeta’ pronunciata un po’ così tradivano le origini emiliane, eppure a Bergamo Paolo Tabanelli si era sempre sentito a casa. Del resto, vi aveva giocato nei periodi più duri: dal 1940 al 1943, poi ancora dal 1945 al 1948. In panchina, finì nell’anno giusto e al posto giusto. In quel 1963 pronto a fare la storia.

Il percorso e la finale

E non era una storia scontata: non lo fu neanche per un istante. La prima partita, per l’Atalanta in Coppa, si fece immediatamente derby: intanto, il Como. Battuto sul fil di sirena dei supplementari in una gara dalle mille emozioni e dalle altrettante paure. 2-4 il risultato finale, che proiettò con non poca fatica i bergamaschi agli ottavi di finale. Chi incontrano? Dall’altra parte del Paese: un Catania in rampa di lancio, domato solo con il talento del Carneade per eccellenza.

Parliamo infatti di Kurt Christensen: danese, centrocampista, arrivato in nerazzurro nel 1961 dall’Odense e rimasto a Bergamo per un triennio, senza trovare poi così tanto spazio. Per la verità, una buona stagione arriverà alla Lazio; memore della doppietta inferta per il 2-1 finale, lo prenderà il Catania nel 1965: due anni senza gloria, ma parecchi insulti. Comunque, passò un anno e da quel dicembre di ottavi si arrivò a un marzo caldo di quarti di finale. Sulla strada dell’Atalanta, il Padova. Da non sottovalutare.

Il 27 marzo del 1963, dopo cinquanta minuti di sofferenza, è un autore seriale di storie a cambiare quella dell’Atalanta. Il tocco è da brasiliano puro, il nome (in quegli anni) una garanzia: Dino Da Costa, arrivato alla Roma dal Botafogo nel 1955 e ancora oggi recordman assoluto dei gol nei derby con la Lazio, si lanciò in avanti e trovò un vantaggio a un certo punto insperato. Dieci minuti più tardi, il 2-0 e colpo del KO firmato da bomber Calvanese. Calvanese che lascerà nuovamente spazio a Da Costa in semifinale con il Bari: stavolta il minuto è il 57′, e basta solo il suo sigillo per mettere le mani sulla finale.

Quella gara con il Torino

Dunque, Milano. Due giugno del 1963. Pizzaballa guida la difesa con Pesenti, Nodari, Gardoni e Colombo. Veneri nel box di regia, Nielsen a smistare, Calvanese centravanti d’area e di rigore, Mereghetti fulcro offensivo e Magistrelli costretto a correre su chiunque. Chi manca? Domenghini. Sempre Domenghini: sfugge a tutte le frasi fatte, è un prototipo di campione e in quel Sessantatré doveva ancora capire quanto fosse forte, quanto potesse diventare determinante.

Del resto, aveva appena 22 anni. L’Atalanta, per quel ciuffo di talento cresciuto tra la polvere di Lallio, paesino a pochi chilometri dalla città madre, era il sogno di una vita e una vita che si faceva sogno. Partì ala, Domenghini. E lì trovò una gran fortuna, riscattata da centravanti nerazzurro sì, ma nerazzurro milanese. Poco dopo l’impresa con la Dea, a chiamarlo fu infatti l’Inter del Sessantotto, quella della Coppa Campioni. Lui che già nel 1963 riuscì a guadagnarsi la prima chiamata della Nazionale.

Oh, si fa prestissimo a definirlo l’uomo di quella Coppa: nella finalissima con il Torino, passarono appena quattro minuti e colpì indisturbato Lido Vieri (altro futuro interista e compagno di squadra). Esattamente quarantacinque minuti più tardi, tornarono a salire i giri e le opportunità. E chi covava in area piccola? Domenghini. Che nei pressi dell’ottantesimo chiudeva i conti con una consacrazione sotto forma di tripletta. Oh, della rete granata di Ferrini, quella del 3-1 definitivo, nessuno ha memoria. Neanche scritta. Neanche piccola. Il motivo? La gioia, per Bergamo, era troppo grande: aveva vinto il primo trofeo della sua storia e l’aveva fatto con quel ragazzino dall’accento inconfondibile.

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