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A volte nel calcio le parole sono di troppo. Suonano in eccesso, soprattutto se il campo parla altrimenti. L’Inter in Norvegia ha perso malamente. Ha perso 3-1 contro il Bodo Glimt di Knutsen, una squadra che è vero, quest’anno è stata in grado di battere avversari come Atletico Madrid (al Wanda Metropolitano, peraltro) e Manchester City, eppure qualche debolezza – soprattutto in fase difensiva – non l’ha mai nascosta a dovere.

Soprattutto però, l’Inter è nettamente più forte dei norvegesi, parlando a livello puramente tecnico. È una squadra, quella nerazzurra, capace di sfondare il muro dei 60 gol in Serie A prima della fine di febbraio, così come di garantirsi una fase difensiva d’eccellenza assoluta – riprenderemo il discorso tra breve. Basta, essere più forti, per passare un turno europeo? Niente affatto: bisogna essere più bravi, non più forti (cit. Buffon). E se c’è un punto sul quale Chivu quest’anno è riuscito a lavorare è quello mentale. È dal gruppo e dalla compattezza dei suoi, dall’idea di poterla davvero ribaltare, che l’Inter si giocherà le sue chances di passare il turno europeo.

La psicologia non è tutto, ma quasi

Al termine di Lecce v Inter (0-2), partita trappola per più ragioni – la fresca sconfitta col Bodo, il difficile ambiente-stadio del Via del Mare, l’assenza pesante del bomber Lautaro Martinez –, Chivu non ha parlato di tattica, tecnica o schemi. Ha fatto invece riferimento alla forza di un gruppo capace di mettere tra parentesi le (evidenti) difficoltà individuali e dei singoli – quelle di un Luis Enrique ancora poco incisivo, o di un Thuram che sembra lo spettro di quello visto lo scorso anno – trasformandole in opportunità di rivalsa mentale.

«Ve l’avevo detto: non ci sono titolari». Così Chivu ha commentato la vittoria dei suoi al Via del Mare, ottenuta grazie a due subentrati – certo: di fatto due titolari come Mkhitaryan e Akanji. In questa Inter, il gruppo è forte. Dimarco lo ha ribadito più volte: è questo il sovrappiù rispetto alla gestione Inzaghi. L’episodio di Bastoni lo dimostra. Il ragazzo, fischiato praticamente ad ogni pallone toccato, ha giocato in modo impeccabile. Il giallo, qualcuno dice furbescamente preso per esserci al Derby, è solo una piccola macchia di una partita giocata ad ottimi livelli. Kolarov, collaboratore di Chivu, gli ha detto «sei un campione» all’uscita dal terreno di gioco. Non sono episodi isolati, ma il simbolo di un’unione forte e vera, che potrà fare la differenza nella rimonta che l’Inter tenterà contro il Bodo.

Due fattori: palle inattive e solidità difensiva

A livello tecnico-tattico, consentiteci alcune righe conclusive su uno dei segreti dei nerazzurri. Partiamo con le palle inattive. L’Inter, nei top 5 campionati europei, è la squadra che ha segnato il maggior numero di reti da corner: ben 15. L’Arsenal di Arteta, elogiato come una specie di stregone-filosofo delle palle aeree, ne ha segnati 14. Dietro Tottenham (13), Bayern e Dortmund (11).

Anche ieri l’Inter l’ha vinta con due palle inattive. Il gol di Mkhitaryan è arrivato sugli sviluppi di una palla da fermo. Quello di Akanji direttamente da corner, dal piede fatato di Dimarco.

Delle 62 reti in campionato, ben 15 sono arrivate direttamente o sugli sviluppi di un corner. È il vantaggio di avere specialisti come Dimarco (13 assist!) nel calciare dalla bandierina, ma anche elementi particolarmente capaci nel gioco aereo.

L’Inter, poi, nonostante all’andata sia uscita con le ossa rotte e il pallottoliere degli avversari pieno (di tre gol), rimane una delle migliori difese in Europa. In Serie A Sommer guida insieme a Butez la classifica dei clean-sheets con 13 porte inviolate su 26 partite (la metà). Chivu dovrà ripartire anche da questo fattore per ribaltare una sfida difficile sì, ma non impossibile. San Siro farà il resto.