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Gegenpressing: aggressività e intensità alla base del calcio moderno

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Fondamentale calcistico reso famoso dal Liverpool di Jurgen Klopp, il gegenpressing è quella immediata riaggressione sul portatore di palla che è finalizzata a impedire le transizioni avversarie.

In italiano viene appunto comunemente tradotto come “riaggressione”, ma sarebbe più indicato il termine contro-pressing, simile alla traduzione inglese “counterpressing” (gegen in tedesco infatti significa “contro”).

A differenza del pressing puro che si occupa di contrastare un’azione manovrata da parte dell’avversario, il gegenpressing indica il pressing effettuato specificatamente verso gli attacchi portati in transizione dagli avversari, ciò che un tempo si chiamava comunemente “contropiede”.

Il gegenpressing non è semplicemente una maniera di contrastare l’azione avversaria, ma si tratta di aggredire l’avversario in maniera da riconquistare il pallone creando una situazione per cui l’azione offensiva risulti maggiormente pericolosa, essendo gli avversari predisposti ad attaccare e non a difendere.

Dove nasce la riaggressione sul portatore di palla

Il pressing alto sul portatore di palla ad inizio azione è una cosa che nel calcio si pratica da anni. Possiamo tranquillamente tornare con la mente all’Ajax e all’Olanda del calcio totale degli anni ‘70 di Rinus Michels per osservare un ottimo esempio di antesignano del moderno gegenpressing, o ancora precedentemente al gioco attuato dall’Unione Sovietica nel decennio precedente.

Il concetto era quello di aggredire con più uomini il giocatore che entrava in possesso della palla, in maniera che difficilmente riuscisse a servire con precisione un compagno, anche se questi fosse smarcato. Tutto il calcio britannico e scandinavo adottò questi principi negli anni seguenti, ma spesso l’aggressione alta lasciava scoperte le squadre al contropiede avversario.

Il gegenpressing come conseguenza del tiki-taka

Per parlare della moderna applicazione del gegenpressing, dobbiamo ancora una volta tirare il ballo il Barcellona di Pep Guardiola. Il tiqui-taca della squadra catalana, con il suo esasperato possesso palla, costringeva gli avversari a chiudersi negli ultimi 30 metri di campo e provare a pungere in contropiede.

Il successo dell’Inter di José Mourinho nella storica semifinale di Champions League del 2010 e l’ascesa dell’Atletico Madrid del Cholo Simeone in Liga negli anni successivi misero in luce le vulnerabilità di un sistema di gioco così incentrato sul possesso palla nella zona avanzata del campo, che esponeva a rischi enormi la retroguardia nel momento in cui gli avversari recuperavano il pallone e ripartivano in contropiede.

La contromisura adottata da Guardiola fu quella di istruire i suoi giocatori a schermare le possibili linee di passaggio dei suoi giocatori, cercando di anticipare l’azione avversaria piuttosto che pensare a marcare il giocatore che avrebbe potuto ricevere il pallone.

Lasciando però questa libertà iniziale al giocatore aumentavano anche le possibilità che potesse trovare soluzioni alternative alla verticalizzazione o che altri compagni effettuassero movimenti a smarcarsi e a facilitare la transizione offensiva.

Jupp Heynckes, al Bayern Monaco, l’altra squadra che dominava il panorama europeo di quegli anni lasciava quindi un giocatore ad aggredire il portatore di palla mentre gli altri andavano a marcare gli avversari che erano in condizione di poter ricevere il passaggio, esponendosi però così a pericolosi uno contro uno.

Jurgen Klopp: da Dortmund a Liverpool nel segno del gegenpressing

Il gegenpressing di Jurgen Klopp sale alla ribalta quando il tecnico tedesco è alla guida di una squadra giovane e affamata come il Borussia Dortmund.

Quando arriva a Dortmund Klopp è un tecnico senza un grande curriculum, reduce da una retrocessione e una mancata promozione alla guida del Mainz. Quando prende la guida della squadra giallonera nel 2008, gli viene chiesto semplicemente di migliorare il 13° piazzamento ottenuto l’anno precedente e di far crescere i giovani presenti in rosa.

Grazie alle buone doti fisiche dei suoi giocatori, Klopp riuscì a costruire una squadra che nel giro di due anni passò dai bassifondi della classifica a vincere il titolo tedesco per due anni di fila e arrivare alla finale di Champions League (persa nel derby tutto tedesco contro il Bayern Monaco).

La chiave di volta del successo del Dortmund è appunto l’applicazione moderna del gegenpressing, che non è più vista semplicemente come un’azione di contrasto alla manovra avversaria ma il primo passo della costruzione della propria azione offensiva.

Grazie alle moderne tecnologie e ai metodi di analisi dei match sempre più sofisticati, l’applicazione del pressing diventa qualcosa di quasi scientifico, con tempistiche scandite in maniera precisa (il mantra dei 5-6 secondi in cui bisogna recuperare la palla immediatamente dopo averla persa e rigiocarla) e le statistiche degli avversari che indicano quali giocatori sono maggiormente inclini a sbagliare il passaggio quando pressati.

I giocatori vengono spinti a giocare maggiormente la palla verso la linea laterale, laddove il pressing è più efficace date le scelte limitate che può avere l’avversario, costretto spesso a calciare all’indietro (dove può essere portata ulteriore pressione) oppure a calciare in avanti senza particolare costrutto.

I maestri del Gegenpressing

Se Guardiola e Heynckes hanno applicato le loro versioni personali del gegenpressing, il termine è associato maggiormente al gioco di Jurgen Klopp che da Dortmund si è poi spostato a Liverpool, dove ha trovato altri giocatori a dir poco perfetti per mettere in pratica il suo gioco: terzini tecnici e fisicamente straripanti come Trent Alexander-Arnold e Andrew Robertson, attaccanti bravi a interpretare il ruolo di falso nueve come Roberto Firmino e Diogo Jota, ali rapide brave a pressare e ad inserirsi come Mohamed Salah e Sadio Mané.

Proprio il senegalese è cresciuto alla scuola di un altro tecnico tedesco “profeta” del gegenpressing, quel Roger Schmidt che tra il 2014 e il 2017 ha portato Salisburgo e Bayer Leverkusen ad alti livelli proprio con il suo stile di gioco basato su un’estrema applicazione del gegenpressing, al punto da teorizzare quasi l’intenzionale errore nei passaggi da parte della sua squadra in maniera da creare le condizioni per cui il recupero palla crei situazioni più favorevoli.

La carriera di Schmidt ha avuto un passaggio a vuoto dopo il Leverkusen, con un’esperienza decisamente non memorabile in Cina al Beijing Guoan, ma ora in Olanda alla guida del PSV sta nuovamente proponendo il suo calcio estremamente intenso, anche se molto rischioso.

In Italia, l’allenatore che maggiormente ha interiorizzato il concetto del gegenpressing è stato Antonio Conte, in particolare alla Juventus quando poteva contare sul lavoro di un trequartista di gamba come Arturo Vidal e su un attaccante aggressivo come Carlos Tevez.

Nella sua esperienza interista invece ha preferito far iniziare il recupero palla in zone più arretrate del campo in maniera da favorire le qualità in campo aperto dei suoi attaccanti, Romelu Lukaku e Lautaro Martinez.

Un altro esempio di gegenpressing “all’italiana” è quello dell’Atalanta di Gian Piero Gasperini, e in una certa misura anche il gioco effettuato dal suo “allievo” Ivan Juric, prima al Verona e poi al Torino, in cui sono fondamentali i giocatori sulla trequarti che uniscono pressing e capacità di impostare velocemente l’azione offensiva non appena si recupera il pallone.

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