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Le finali europee della Roma: delusioni cocenti e una gioia ormai antica

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Poco da dire, tanto da sognare.

Davanti all’entusiasmo dei tifosi della Roma sono crollate anche le domande esistenziali sulla Conference League: aveva davvero senso d’esistere? Sì, e la risposta arriva proprio dal popolo giallorosso, accorso in massa per la semifinale contro il Leicester.

E poi nelle lacrime di José Mourinho: ha vinto tanto, tutto, e ancora ha la forza di emozionarsi. Verrebbe da dire che non esistono piccole parti (ma solo piccoli attori), allo stesso modo è impossibile immaginare piccole competizioni. Non per i grandi protagonisti del calcio.

Non per le grandissime piazze, poi, come Roma ha sempre dimostrato di essere. Eppure, in una storia secolare, i giallorossi si sono imbattuti in alti, bassi, picchi pirotecnici e storie spesso sconclusionate, o comunque finite come un petardo inesploso: tutti ad attendere il botto e il botto mai ad arrivare. Ora c’è un’altra occasione, Special come l’allenatore che ha guidato la Roma a una finale europea, 30 anni dopo l’ultima volta.

Nel palmarés, oltre scudetti, Coppe Italia e Supercoppe, la Roma ha solo un trofeo internazionale: si tratta della Coppa delle Fiere, sollevata nella stagione 1960/61. Generazioni di sessantenni(!) non hanno mai visto vincere al di fuori dei confini la propria squadra del cuore. E anche se alcuni percorsi sono stati meravigliosi (come la Champions del 2018), alla fine il ritorno a casa è sempre stato colorato d’amarezza.

È successo anche nelle uniche due finali europee della storia della Roma: andiamo a vedere quando, come, perché sono sfuggite.

Coppa dei Campioni 1983/1984

Il romanista vero si vede spesso anche in questo dolore qui, quello incastrato tra i ricordi dei meravigliosi anni Ottanta e poi, ecco, di una ferita apertissima nell’estate del 1984. Roma-Liverpool. Lo stadio Olimpico. Quei rigori incredibilmente alti. La pressione di una piazza che sa sempre dare tutto, ma allo stesso modo toglie se ha l’impressione di non essere ricambiata.

Premessa doverosa: la Coppa dei Campioni, almeno in quegli anni, era molto diversa rispetto alla Champions League di oggi. Tanto per dirne una: non c’erano i gironi, si andava diretti di eliminazione. Ogni partita era “alla morte”. Per la Roma lo è stata sin da subito quella con il Goteborg, che aprì la competizione: 3-0 all’Olimpico e sconfitta indolore in Svezia, 2-1. Il passaggio agli ottavi portò i giallorossi a giocare con il CSKA Sofia: 1-0 a Roma, 0-1 in Bulgaria. Tutto facile.

Nei quarti, le prime complicazioni: arriva la Dinamo Berlino, squadra tosta, cinica, fastidiosa come tutte le tedesche. Nella prima partita di Roma, i giallorossi sono uno spettacolo, confermandosi la squadra più forte del torneo. 3-0 netto e senza storie, tale da permettersi anche la sconfitta di misura al ritorno. Alle cose formali, e cioè alle semifinali, va tutto sommato bene: da una parte c’era il Liverpool, dall’altra invece il Dundee United, corsa e ritmo scozzese. Ecco: l’andata è sotto la pioggia ed è drammatica, in Scozia vince il Dundee per 2-0 e sembra un miraggio la sola possibilità di ribaltare il risultato.

Al ritorno, il Dundee sembra sicuro di portarla a casa. Hanno velocità di pensiero e di esecuzione, sono duri e non vogliono altra fama. Una grossa differenza, rispetto all’andata: anche l’Olimpico scende in campo e la Roma ribalta tutto. 3-0, fino alla finale. Stavolta sì, contro i Reds.

Il 30 maggio del 1984, la Roma ha di fronte il Liverpool, squadra che solo 3 anni prima aveva battuto il Real Madrid, portando a casa la terza coppa su tre finali disputate. Parliamo di specialisti, veri, contro i quali servirebbe un’impresa. Alla fine dei tempi regolamentari, quasi arriva: è 1-1 e si va ai supplementari, ma il risultato non cambia. Vincono gli inglesi ai calci di rigore: 5-3, sbagliano Bruno Conti e Ciccio Graziani. Generosi e sfortunati.

Coppa Uefa 1990-1991

Quasi dieci anni dopo, la Roma ritrova una finale di una competizione europea: è la seconda e fino a fine maggio sarà pure l’ultima della storia giallorossa. Dai 64 ai 32esimi di finale, con la Roma c’erano anche Inter, Atalanta e Bologna, in anni in cui le italiane dominavano tutte le coppe d’Europa, in particolare l’Uefa che accoglieva i secondi e fortissimi della classe. Tra questi, proprio la squadra di Ottavio Bianchi, pronto a cambiare la storia e la sfortuna del gruppo.

Sarà, questo, anche un anno molto particolare: nel gennaio 1991 vola via il presidente Dino Viola, a causa di un male incurabile. Della società se ne occupa la moglie Flora, fino al passaggio della proprietà tra le mani di Giuseppe Ciarrapico.

In un momento di profonda incertezza societaria, la Roma però si compatta. Arriva Aldair, ci sono giovani fortissimi come Carboni e Nela, il Principe Giannini è il gran capitano e Muzzi e Rizzitelli sono ottime spalle di Rudi Voller. Incredibile. In particolare, è l’ultimo anno da calciatore di Bruno Conte, che in quel ’91 ha 36 anni e voglia di passare dall’altro lato del campo.

La Roma parte dai 32esimi e sono particolarmente insidiosi: la prima gara è con il Benfica che appena qualche mese prima aveva giocato una finale di Coppa Campioni contro il grande Milan di Sacchi. E se a Roma – 1-0 per i padroni di casa – il pubblico è delle grandi occasioni con 60mila tifosi, al Da Luz ne ritroveranno circa 100mila. Nonostante ciò, Giannini sigla la rete della vittoria e porta ai sedicesimi i suoi. Sedicesimi altrettanto complicati: il motivo? C’è da andare a Valencia.

Dopo 24 minuti segna Roberto per il Valencia, ma è il guizzo di Rizzitelli nel finale di ripresa a ridare una ghiotta chance alla Roma. Dopo l’1-1 in Spagna, ecco il 2-1 di Roma firmato Voller-Giannini. Voller che sarà determinante con una tripletta agli ottavi, stavolta contro il Bordeaux, superato con un totale di 7-0 nelle due gare.

Ai quarti? Sempre Voller, solo Voller. Segna con Desideri e Rizzitelli all’andata (3-0), va di tripletta al ritorno nel 2-3 che segna il percorso per le semifinali.

Il penultimo step si chiama Brondby ed è più complicato del previsto: prima lo 0-0 in trasferta, poi il 2-1 all’ultimo minuto segnato ancora dal tedesco al portiere Schmeichel, padre di quello stesso portiere infilato da Abraham per raggiungere la finale di Tirana.

Un soffio di destino e c’è una fortissima Inter in finale.

Nel doppio confronto, tanto si gioca già all’andata, a San Siro: segnano Matthaus e Nicolino Berti. Al ritorno, la rete di Rizzitelli all’80’ non basta. La coppa è dell’Inter.

La Coppa delle Fiere 1960-1961

Ma non è stata sempre sconfitta, la Roma. C’è stata una finale vinta e pure nettamente. Si tratta della Coppa delle Fiere del 1960, con i giallorossi che pure affrontarono un percorso piuttosto complicato.

Partiti dagli ottavi di finale, la Roma superò in due partite l’Union Saint-Gilloise (Belgio) e già ai quarti fu parecchio complicata: 2-0 per il Colonia all’andata, 2-0 per i giallorossi al ritorno. Ai tempi non c’erano rigori: si andava di ripetizione, vinta dalla Roma per 1-4. In semifinale? Ecco l’Hibernian, che aveva battuto il Barcellona ai quarti. Dopo il 2-2 dell’andata, il 3-3 al ritorno. Anche qui, ripetizione: 6-0 per la Roma, evidentemente ringalluzzita dal dentro o fuori.

In finale, doppio scontro con il fortissimo Birmingham: all’andata, allo stadio St Andrew’s, gli inglesi rimontano il doppio vantaggio firmato Manfredini. Ci si gioca tutto a Roma, dove Farmer (autorete) e Pestrin mandano in delirio 50mila spettatori.

Vincono i giallorossi: l’unico trofeo europeo della storia. Fino ad oggi. Chissà se domani.

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