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Vincenzo Esposito è noto a tutti per essere stato il secondo italiano, dopo Stefano Rusconi, ad avere calcato i parquet della NBA, ma non è l’unico motivo per cui il suo nome resta scritto di diritto tra le pagine più importanti della pallacanestro italiana.

Dai successi con Caserta a quelli con Imola, passando per la NBA e una carriera d’allenatore che l’ha fatto essere il migliore nella sua esperienza a Pistoia per poi diventare un personaggio “scomodo”, ora esodato alle Canarie per allenare i giovani.

La storia

Enzino, così lo chiamano tutti da sempre – oltre che “El Diablo” -, nacque a Caserta nel 1969 e passò alla storia per essere il quarto marcatore di sempre del campionato italiano di basket, nonché il primo giocatore azzurro a segnare un canestro nella massima lega professionistica americana (Rusconi, primo ad approdare in NBA, non ci riuscì). Il suo cognome, campano come nessun altro, risuona alle orecchie di chi qualche lustro di basket l’ha visto, come uno di quelli indimenticabili.

Eppure la sua storia sportiva nacque dal nuoto, primo sport con cui si approcciò. Il fisico però restò gracile, si ammalava spesso in acqua, soprattutto in inverno, e allora il padre decise di portarlo all’asciutto, e provare col basket gli fece capire in fretta che quella fosse la disciplina per lui, che era coordinato, veloce, e da piccolo già un passo avanti ai suoi coetanei. Dove a loro le cose venivano difficili, a lui riusciva tutto semplice.

A 15 anni in Serie A

Talmente semplice che Vincenzo a 15 si ritrovò in Serie A con la “sua” Caserta. Talentuoso, incosciente, predestinato, capace di fare cose fuori dal comune a un’età troppo “verde” per certe pressioni e palcoscenici. Il suo vantaggio era di giocare in una società che puntava molto sulle giovanili, dando a lui la possibilità di esordire addirittura in una partita playoff. Tanjevic e Marcelletti – gli allenatori del tempo – capirono subito che Enzino era in grado di cavarsela molto bene anche con quelli più grandi e grossi di lui.

Fu così che nel giro di pochi anni, 22 per la precisione, Vincenzo era diventato già immarcabile, a livello italiano e dopo aver vinto uno scudetto e una Coppa Italia con Caserta, decise di cambiare aria, passando alla Fortitudo Bologna per restarci due anni, nei quali contribuì con oltre 25 punti a partita a portare una neopromossa ai playoff nel primo anno e alle semifinale scudetto l’anno successivo.

L’NBA

Fu allora che il sogno di andare oltreoceano divenne realtà. Firmò con i Cleveland Cavaliers, ma per via del lockout non ci andò mai, finendo ai Toronto Raptors, allora nuova franchigia NBA. L’esperienza americana però non fu di quelle memorabili – si ricorda una gara da 18 punti contro i New York Knicks al Madison Square Garden… chissà che momento fu per lui, ma per il resto 30 gare totali a 3.9 punti di media – tanto che dopo una sola stagione tornò in Italia, a Pesaro, per una cifra pazzesca (700 milioni di lire, che Pesaro avrebbe pagato alla Fortitudo per rilevare il cartellino, con stipendio di un miliardo al giocatore).

Esperienza, quella pesarese, che non si rivelò particolarmente felice, con la squadra che faticò a salvarsi e lui, contestato dai tifosi, che lasciò nel novembre dell’anno dopo per accasarsi a Pistoia, chiudendovi la stagione. Da lì la sua carriera divenne un viaggio continuo: Imola dove vinse il titolo di MVP della Serie A per due anni di fila (1999 e 2000) oltre che quello di miglior marcatore per tre (1999, 2000, 2001), Udine, Gran Canaria, ancora Imola, Scafati, Virtus Roma, Imola nuovamente, Murcia, Casale Monferrato, Capo D’Orlando, per chiudere tra Gragnano e Ozzano (in B), finendo a Imola, dove tornò a giocare nonostante avesse già iniziato la carriera da allenatore da quattro anni. Un finale tutt’altro che al top per un giocatore che, nonostante un talento immenso, ebbe probabilmente molto meno di quello che si sarebbe aspettato… e che probabilmente avrebbe meritato.

Ossessionato dal basket

Ciò che caratterizzò la carriera di Esposito da giocatore, ma forse, ancor più da allenatore, fu (è) una incredibile passione, diventata probabilmente ossessione, per la pallacanestro, che non a caso lo ha portato a non staccarsi mai da questo sport, sovrapponendo, come scritto sopra, le due carriere.

Sul suo impiego da allenatore investì subito molto, e tante squadre credettero in lui. Lo fece inizialmente l’Aquila Trento in A dilettanti nel 2009-10, con cui per poco mancò i playoff al primo anno. L’anno ad Agrigento, nella medesima categoria, fino al grande ritorno, in nuova veste, a Imola nel 2013, in Legadue. I luoghi del cuore per lui furono sempre speciali, da giocatore come da allenatore, tanto che dopo Imola sembrò ovvio un suo approdo a Caserta in A, cosa che accadde puntualmente nella stagione 2014-15, dove partì da vice diventando a dicembre il capo al posto di Zare Markovski. A fine stagione arrivò la retrocessione del club in A2, con nuovo cambiamento in vista per Esposito, che passò a Pistoia, prendendo il posto di Paolo Moretti. Prima stagione da 6° posto in regular season con annessa qualificazione alle Final Eight di Coppa Italia – per la prima volta nella storia -, nella seconda 7° posto finale con annesso titolo di miglior allenatore dell’anno per lui.

Sembrava il lancio di una grande carriera da allenatore, che lo portò a Sassari nel 2018 per due stagioni, prima delle dimissioni per ragioni personali e a Brescia nel 2019, dove rescisse soltanto dopo pochi mesi, senza particolari bei ricordi (da una parte e dall’altra). Ma così non fu e, ancora, non è stato. Ciò che molti addetti ai lavori ravvisarono in quei momenti fu l’elevato stress vissuto dal coach, che toccato da quella sacra passione propria dei grandi campioni e protagonisti dello sport, probabilmente da essa veniva divorato, non riuscendo a vivere e convivere in e con determinate realtà del nostro massimo campionato, dal quale ora si è allontanato.

Le ultime notizie dicono che dall’estate 2022 si sia trasferito alle Canarie, presso la Joel Freeman Academy in qualità di coach e supervisore di tutte le attività nella stagione di apertura dell’accademia, che prende il nome dal suo proprietario giocatore NBA di passaporto britannico: una scuola di formazione giovanile che non partecipa ad alcun campionato spagnolo.

Siamo però abbastanza certi – lo speriamo – di rivedere Enzino Esposito ancora sui nostri parquet a guidare qualche squadra nazionale, perché quella passione/ossessione e quel talento che ha sempre dimostrato in campo – ma anche fuori – non possono stare lontani dal loro mondo d’appartenenza a lungo.