In questo momento, ad Antonio Conte servirebbe la bacchetta magica. Il suo Napoli sta vivendo una stagione sulle montagne russe, e i giri non sembrano finire mai. Una vittoria, anche bella, è preludio di una sconfitta, anche rovinosa. Un filotto positivo ne precede uno negativo.
È così da settembre, nonostante i molti proclami di una stampa che, forse sopravvalutando il lavoro di Manna e De Laurentiis in estate, hanno scaricato sull’allenatore pugliese tutte le responsabilità di una stagione che, a detta del conduttore di CRC Radio Umberto Chiariello, ora rischia di diventare persino «fallimentare» laddove la squadra di Conte non dovesse qualificarsi per la fase finale della UEFA Champions League.
Conte contro Conte
Noi stessi, in passato, abbiamo invocato il nome di Antonio Conte come faro dei destini partenopei. Non però per gettargli la croce addosso, semmai per esaltarne l’importanza. E d’altra parte, non è forse lo stesso Conte ad amare, in un certo senso, questa polarità – questa aura – che gli gira intorno come ad un Santo – a un peccatore – la santità perpetua. Traduciamo in termini più semplici e comprensibili: Conte questi riflettori li detiene quando vince, e quindi tanto più quando perde.
Nelle ultime ore si stanno moltiplicando le impietose grafiche che mostrano come il suo Napoli sia una squadra non solo – e semplicemente – sfortunata per i tanti infortuni (24 stop e 660 giorni totali ai box tra tutti i calciatori infortunati), ma che in questa situazione non ha saputo conviverci. Soprattutto, Conte è accusato di aver “causato” lui questi infortuni (a) con una preparazione che non ha tenuto conto del triplo impegno – e l’Europa, per Antonio, non è mai stata un’isola felice – e (b) con il fattore continuativo (di impiego) dei calciatori effettivamente infortunatisi, vale a dire col numero delle gare consecutive che i giocatori più importanti del Napoli hanno giocato prima di farsi male: Anguissa 14, De Bruyne 10, Rrahmani 17, Neres 14, solo per citarne alcuni.
Problemi di rosa o di gestione della rosa?
Ecco perché il grande tema di queste ore è come Conte abbia gestito la rosa, non tanto quali problemi abbia la stessa. La partita contro il Chelsea, cui arriviamo colpevolmente tardi nel discorso, va letta in quest’ottica. Non sarà la partita di Lang, né quella di Lucca – venduti entrambi. Sarà invece la partita di Vergara e di Elmas, di Beukema – mai davvero integrato nella rosa – o Buongiorno a dire meglio. Sarà anche la partita di Meret, che con l’infortunio di Milinkovic si è ritrovato catapultato in una dimensione che non è facile riacquisire come niente fosse, quella del portiere titolare della squadra campione d’Italia in carica.
Insomma: mercoledì sera Conte si gioca più che la qualificazione in Champions uno spicchio di credibilità. Non ne avrebbe bisogno, direte voi. Ma il calcio, questo calcio soprattutto, evolve con una velocità incredibile e chi rimane seduto sul proprio palmares si ritrova coperto da un cumulo di polvere. Non di stelle, ma sulla propria pelle.

