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Superfici, palle lente, racchette e l’erba che non c’è più: addio al serve and volley

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Se si vuole fare riferimento a una data esatta che fa capo al cambiamento epocale di un tennis che non esiste più, bisogna probabilmente tornare indietro di una ventina d’anni, quando cominciava a scomparire il “Serve And Volley”.

Arte applicata allo sport, il Serve And Volley

Chi ha la sfortuna di avere qualche capello bianco sulla testa come chi vi scrive, ha avuto anche il privilegio di passare delle notti in bianco in compagnia di Pete Sampras, John McEnroe, Stefan Edberg e Boris Becker

Per notti intere passate a guardare questi campioni, il riferimento è ovviamente ai due major che si giocano lontano da noi, US Open e Australian Open, che allora si giocavano su superfici velocissime…

Ecco, per capire il motivo della scomparsa di un movimento spettacolare e sinuoso come il Serve And Volley, si potrebbe cominciare a parlare delle superfici sulle quali si gioca oggi il tennis, ma forse è meglio partire da ciò che semplicemente si intende quando se ne parla.

Ormai in disuso nel tennis moderno, con sempre meno artisti della specialità, il Serve And Volley non è altro che una tecnica di gioco che consiste nello scendere a rete dopo il proprio servizio per anticipare la risposta avversaria e provare a chiudere il punto con una volée. 

Joh McEnroe

I nomi dei migliori interpreti di questo schema di gioco, ve li abbiamo già forniti nel paragrafo precedente e fanno tutti parte di un’epoca in cui il tennis si giocava con tattiche diverse, materiali diversi, superfici diverse e, più in generale, un modo di interpretare la nobile arte del tennis in maniera diametralmente opposta a come la si conosce da 20 anni a questa parte.

Considerato il migliore di tutti, John McEnroe ha vinto ben sette titoli del Grande Slam, tutti portati a casa sulle superfici più veloci del circuito, l’erba di Wimbledon e il cemento degli US Open. 

Totalmente fuori dagli schemi anche per gli atteggiamenti tecnico-tattici dell’epoca, il nativo di Wiesbaden, in Germania, poi trasferitosi con mamma e papà a un solo anno di età a New York, ha disegnato parabole incredibili in tutto il decennio che parte nel 1979 e termina con la fine degli anni 80. 

Tutto era studiato a tavolino per permettergli di banchettare sotto rete ed erano rare le volte in cui non faceva seguire al suo servizio celestiale, una discesa sul net atta a portare a casa il punto nell’arco di qualche secondo. 

Prima o seconda cambiava poco, i frequenti “slice” ad uscire costringevano i suoi avversari a risposte poco convincenti sulle quali lo statunitense si avventava accarezzando la palla per farla morire spesso sul lato opposto del campo rispetto a quello in cui il mal capitato di turno provava a opporre resistenza con la sua risposta. 

Sampras, Edberg e gli altri

Stesse superfici per un altro giocatore vincente, ritiratosi leggermente più tardi di McEnroe, Stefan Edberg, che mise in cascina sei Slam, due Wimbledon, due US Open e due AOP, centrando anche una finale al Roland Garros nel 1989. 

Se si vuole trovare una differenza tra il gioco di McEnroe e quello di Edberg, essa va ricercata sulla potenza e sulla tecnica del servizio, nella quale Edberg era meno performante, ma con una comunque clamorosa capacità nel gioco di volo.

Simili caratteristiche per Pete Sampras, che aveva però in faretra quella completezza che negli anni d’oro del tennis non aveva nessun altro. 

La capacità di coprire ogni parte del campo con la stessa naturalezza e talento, ne ha fatto uno dei giocatori più completi di ogni epoca, caratteristica, questa, che gli ha permesso di vincere qualcosa come 14 titoli del Grande Slam. 

Completezza che era una delle armi più importanti di Boris Becker, che ha vinto per ben tre volte Wimbledon, ma ha fallito un torneo a cui teneva moltissimo, l’Open di Francia, dove si è arreso per altrettante volte in Semi Finale. 

Dotato di una potenza straordinaria, Becker rappresenta il prototipo di giocatore che ha fatto da spartiacque tra il gioco spumeggiante di McEnroe e ciò che abbiamo visto negli ultimi due decenni, anche in virtù del suo ritiro datato 1999. 

Spostandoci ai giorni nostri non si può non citare Roger Federer, che insieme a mostri sacri come Rod Laver e allo stesso Pete Sampras, si può considerare a ragion veduta come uno dei campioni più completi della storia di questo sport. 

Lo svizzero, però, entrato in scena alla fine degli anno ’90, era considerato all’inizio della sua carriera, un giocatore perfetto di serve and volley, ma lui stesso si è dovuto adattare ad un gioco più incentrato sugli scambi da fondo campo e non solo per caratteristiche personali. 

Ecco i motivi. 

Perché è ormai sparito il Serve And Volley

Fu lo stesso Sampras a dichiarare che il Serve And Volley sarebbe andato via via scomparendo dal tennis moderno e avremmo dovuto scordarci questo tipo di tecnica.

Dichiarò testualmente che

È difficile insegnarlo, è estremamente difficile impararlo ed è quasi impossibile avere successo a inizio carriera con quella tecnica. Inoltre agli allenatori non piace fallire, al pari dei propri allievi e oggi come oggi è praticamente impossibile trovare un talento che possa impensierire i bombardieri da fondo campo con le discese a rete, soprattutto per il tempo che si ha a disposizione”. 

Se vogliamo invece affrontare il discorso da un’angolazione prettamente più tecnica, dovremmo fare luce su un argomento appena accennato a inizio articolo: le superfici su sui si gioca.

Le continue richieste dei giocatori di inizio millennio, vertevano sul fatto che le superfici sulle quali si giocavano i 4 Slam erano fin troppo veloci e facilitavano il gioco dei campioni che utilizzavano il serve and volley, cosa poco gradita ai più.

Inoltre l’unica superficie relativamente lenta su cui si giocavano, e si giocano tuttora, i 4 slam, era la terra rossa di Parigi e questo faceva sollevare più di un sopracciglio alla allora nuova generazione di tennisti che cominciavano ad abituarsi a tirare dei sontuosi frigoriferi da fondo campo. 

D’altronde, come scritto precedentemente, non è un segreto che i maggiori successi dei giocatori di volo siano stati raggiunti sulla superficie più veloce, l’erba di Wimbledon.

Il cambiamento è partito proprio da Wimbledon, dove l’erba tradizionale fu sostituita anni fa dal loglio pesante, una graminacea ben più lenta di quella utilizzata in precedenza.

Ma anche i campi in cemento hanno subìto una trasformazione, alla luce di una maggiore quantità di sabbia utilizzata per la vernice con cui vengono pitturate le superfici di US Open e Australian Open.

Campi lenti, cordature e palle sgonfie

Anche la velocità delle palline utilizzate per i major ha avuto il suo ruolo significativo in questa rivoluzione del tennis.

Anche se a una prima analisi, il gioco, soprattutto al servizio, sembra più veloce e potente, in realtà non è così. 

Quando leggete sui vostri schermi la velocità di un servizio in kilometri orari, essa fa riferimento al momento in cui la palla impatta col piatto corde del giocatore al servizio e, sebbene l’impatto sia piuttosto potente, la perdita di velocità in volo delle palle, è sensibilmente aumentata rispetto a quella di 20 anni fa.

Il tutto a prescindere dalla potenza del giocatore, che, quella sì, è sempre in aumento. 

Legno, grafite e misti 

Tutto ciò che abbiamo appena scritto, va ovviamente oltre i veri e propri materiali utilizzati per la costruzione delle racchette, atti a diminuirne la pesantezza (quelle di legno erano veri e propri macigni). 

Alla fine degli anni 70 fu Jimmy Connors a utilizzare tra i primi una racchetta con materiali diversi dal legno e le cose cominciarono a cambiare, anche se non rapidamente. 

Si partì dall’acciaio, per poi passare all’alluminio e, quando cominciarono gli anni 80, Steffi Graff e John McEnroe iniziarono a utilizzare racchette in grafite

Il miscuglio di vari elementi e di varie tecnologie, ha infine portato i giocatori di fondo, a inizio millennio, a non avere più paura delle discese a rete dei giocatori avversari, grazie soprattutto alla straordinaria flessibilità offerta dai nuovi materiali. 

Di questo passo sarà praticamente impossibile ritrovare un giocatore che rischierà una tecnica ormai suicida, oggi come oggi, come quella del serve and volley, ma tutti noi speriamo nella nascita di un nuovo John McEnroe.

Staremo a vedere.

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