Vai al contenuto

Una recente intervista rilasciata dal presidente FITP Angelo Binaghi ha rilanciato un tema ricorrente, negli ultimi tempi: quello di Roma come potenziale candidata a ospitare un eventuale quinto Slam stagionale. Ma quanto c’è di vero?

Binaghi fa sognare l’Italia: ci sarà davvero uno Slam a Roma?

Il mese scorso, in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera, il presidente della Federazione Italiana Tennis e Padel Angelo Binaghi ha risposto a una domanda relativa alla possibilità di ospitare un torneo del Grande Slam in Italia.

Alla domanda se sia “più facile che un quinto Slam si faccia nei paesi arabi o a Roma”, Binaghi ha scelto senza esitazioni Roma. Come motivazione “pronta” ha addotto le differenze tra le Next Gen Finals ospitate a Milano e quelle da quando il torneo si è trasferito a Gedda. Obiettivamente, per affluenza ma anche per passione, non c’è alcun paragone possibile.

Il presidente è andato oltre, ipotizzando che “uno Slam in Italia sarà possibile quando il governo investirà nelle potenzialità del tennis.”

Seppure sia ovvio che quello di Binaghi sia un messaggio più o meno trasversale alla politica, è altrettanto evidente che l’eventuale futuro Slam a Roma non dipenderà solo dagli eventuali investimenti di questo o quel governo, perché entrano in gioco altri fattori anche storici.

Il tennis e la storia: andamento lento

Il tennis è uno sport che vive e si alimenta della sua stessa storia. E che questa storia la vende. Al tempo stesso, però, nessuno sport può permettersi di vivere in una campana di vetro e far finta che il tempo non passi, né di ignorare il progresso scientifico e umano.

Negli anni, il tennis ha aperto le porte al professionismo dopo un iniziale divieto. Ha lasciato le racchette di legno per quelle in ferro e poi vari materiali, dalla grafite al carbonio al titanio. Negli ultimi anni, ha praticamente pensionato i giudici di linea, ha appiattito le differenze tra le varie superfici e anche introdotto alcune modifiche regolamentari (si pensi ai super tie-break ai 10 punti o agli esperimenti regolamentari delle Next Gen ATP Finals).

Dal 1990, anno di fondazione del moderno ATP Tour come lo conosciamo, sono cambiate le gerarchie e le categorie dei tornei, ci sono stati 1000 retrocessi a 500 e altri spariti, ci sono stati tornei nati dal nulla e diventati appuntamenti fissi.

Nonostante una certa refrattarietà di partenza, insomma, il tennis ha sempre attuato cambiamenti, tranne in un aspetto: i tornei del Grande Slam.

Grande Slam: perché sempre e solo 4 tornei?

Dal più antico (Wimbledon, nato nel 1877) al Roland Garros (fondato nel 1925), i tornei del Grande Slam sono sempre rimasti soltanto quattro. Ciò è dovuto in larga parte a motivazioni politiche: mentre infatti i circuiti professionistici ATP e WTA sono organizzati e gestiti dalle rispettive associazioni professionistiche di giocatori e giocatrici, gli Slam sono di pertinenza dell’ITF, International Tennis Federation, che a sua volta riunisce tutte le federazioni nazionali.

Questo non ha impedito dei cambiamenti anche grossi, all’interno dei quattro tornei.

Fino al 1974, per esempio, tre dei quattro Slam si giocavano sull’erba, mentre il Roland Garros si è sempre disputato su terra battuta. Dal 1975 al 1977 anche lo US Open si era convertito alla terra battuta, mentre dal 1978 si è trasferito sul cemento di Flushing Meadows, dove risiede ancora oggi. E l’Australian Open, dal 1988, è passato dall’erba al cemento.

Dunque, gli Slam non sono un problema di superfici. O meglio, le superfici non sono il tema principale degli Slam, a parte Wimbledon e Roland Garros che sono sempre state le due tappe più identitarie.

Prima che a Roma, può esistere un quinto Slam?

Nessuno ha mai messo in discussione nessuno dei quattro grandi tornei, mentre un numero indefinito di volte si è parlato di possibile “quinto Slam”, senza tuttavia arrivare mai a un esito positivo.

Per diversi anni, era stato definito “Quinto Slam” il torneo di Parigi-Bercy. E non era una definizione tanto campata in aria, per due ragioni: una di superficie, perché si diversificherebbe dagli altri in quanto unico Slam indoor, l’altra di calendario, perché sarebbe il culmine dell’ultima parte di stagione, che si gioca al chiuso.

Alla fine, la collocazione temporale degli Slam all’interno della stagione non è un dogma, ma non ci sono mai state reali alternative.

Tra il primo (Australian Open) e il secondo Slam stagionale (Roland Garros) passano circa quattro mesi, tra il secondo e il terzo (Wimbledon) appena uno, tra il terzo e il quarto (US Open) un mese e mezzo. Infine, tra il quarto e il primo Slam dell’anno successivo intercorrono altri quattro mesi.

Dunque, il periodo tra Australian Open e Roland Garros e quello tra US Open e fine stagione sono gli unici due in cui si potrebbe pensare di introdurre un quinto Slam. Ma dove e su quale superficie?

Come ha ribadito Binaghi, è vero che l’Arabia Saudita spinge da anni per diventare sempre più importante nel circuito, già ampiamente finanziato con il denaro proveniente dal PIF. Rimane, però, un problema di reale fattibilità, perché l’appeal della regione saudita rimane molto basso, anche come dati di audience dei tornei.

L’Italia conta di più, ma forse non basta

Il fatto che il peso specifico dell’Italia nel tennis sia aumentato a livelli inimmaginabili fino a qualche tempo fa è auto-evidente, così come è innegabile l’ottimo lavoro svolto da Binaghi con la FITP, al netto di eccessi auto-celebrativi che comunque sono da mettere in conto.

Un secondo Slam su terra battuta non è affatto impossibile, essendo una superficie sempre a larga diffusione. Rimarrebbe un problema di collocazione che costringerebbe a rivedere buona parte del calendario primaverile.

In realtà, Binaghi ci aveva già provato nella scorsa primavera. Il presidente, spalleggiato da un fondo svedese, aveva formulato un’offerta da 550 milioni di euro a IMG per acquisire i diritti del Mutua Open Madrid. Lo scopo, nemmeno nascosto, era quello di anticipare e allargare la durata degli Internazionali d’Italia, nella strategia mirata a candidarli come quinto Slam.

IMG ha rifiutato e infine, lo scorso ottobre, ha ceduto i suoi due tornei (Madrid, ma anche Miami) a MARI, gruppo controllato dal miliardario americano Ariel Emanuel, ma di cui fanno parte anche RedBird (proprietario tra gli altri del Milan) e le stelle NBA Luka Doncic e Anthony Edwards.

Idea pazza: una nuova categoria tra Slam e Masters 1000

Ero e rimango convinto che quello dei quattro Slam sia uno dei pochi dogmi del tennis e, in quanto tale, intoccabile. Si potrebbe però fare qualcosa a livello ATP e WTA, per elevare alcuni tornei più meritevoli, magari creando una categoria intermedia tra i Masters 1000 e gli Slam.

Al giorno d’oggi, esistono già i Masters 1000 allargati a 96 giocatori, ben sette su nove, mentre Montecarlo e Parigi (ex Bercy) sono rimasti con tabellone a 56. Il cambiamento potrebbe essere quello di restituire i Masters 1000 all’originario format da 56 giocatori ed elevare soltanto quattro di essi al novero dei “Mini-Slam” veri e propri. Ma qui entrerebbero in gioco fattori economici rilevanti, come l’investimento appena fatto da MARI su Miami e Madrid, senza considerare le mai sopite ambizioni degli arabi.