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Medaglie sottorete: il volley azzurro alle olimpiadi

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L’Italia della pallavolo ha vissuto momenti da assoluta protagonista, vincendo praticamente tutto quello che c’era da vincere nel panorama mondiale. O per meglio dire, quasi tutto. Malgrado un palmares invidiabile e periodi in cui è stata certamente la nazionale migliore di tutte, alla bacheca azzurra manca incredibilmente un trofeo che non è mai riuscita a vincere: l’oro Olimpico.

La prima medaglia azzurra

La prima volta dell’Italia del volley alle Olimpiadi fu nel 1976 e da allora fu una presenza costante in tutte le edizioni. Un esordio bagnato da tre sconfitte su tre, ma che servì per formare il primo gruppo guidato da Carmelo Pittera e capace poi di andare ai Mondiali e conquistare un insperato argento due anni dopo. Pronti insomma per le nuove Olimpiadi in terra di Russia, chiuse però malamente all’ultimo posto nel girone (con però la prima vittoria olimpica contro la Cecoslovacchia).

Il 14° posto ai mondiali del 1982 ridimensiona le ambizioni italiane in vista delle Olimpiadi di Los Angeles del 1984, dove invece arriva la prima medaglia di bronzo in assoluto. Girone complicatissimo con gli azzurri che battendo il Canada riescono ad arrivare secondi come migliore differenza Set rispetto al Giappone. Nelle semifinali perdono contro il fortissimo Brasile, salvo poi riscattarsi nella finalina per il terzo posto sempre contro il Canada, sconfitto con un secco 3-0.

Sembra l’inizio di una nuova favola, ma è solo dal 1988 con l’arrivo di Julio Velasco, che l’Italia del volley diventerà la più forte squadra del mondo.

L’era Velasco

L’impatto di Julio Velasco con la nazionale azzurra è letteralmente devastante. Il tempo di sedersi in panchina e prendere le misure e arriva subito il primo Campionato Europeo, prima di quel meraviglioso 1990 dove si vinse praticamente tutto quello che c’era da vincere: Campionato del Mondo (in casa dei fortissimi Brasiliani, eliminati proprio in semifinale) e la World League (vinta poi per tre anni di seguito).

Insomma l’Italia che si presenta alle Olimpiadi spagnole del 1992 è sicuramente una delle favorite per l’oro. E infatti nel girone di qualificazione sono proprio gli azzurri a finire al comando, prendendosi quella che doveva essere la parte “buona” del tabellone (evitando quindi Brasile e Stati Uniti).

E invece, Velasco e i suoi fedelissimi (da Zorzi a Giani, da Gravina a Bracci, da Cantagalli a Lucchetta) si perdono proprio sul più bello. La partita contro l’Olanda nei quarti di finale è di quelle che rimane nella storia. Dalla parte sbagliata però.

Blangè dirige gli orange mentre uno Zwerver straordinario si prende la scena sotto rete. Andiamo sotto, poi riusciamo a rimettere in piedi la barca fino a 2 set a 1 (complice anche l’infortunio proprio a Blangè che ci spiana la strada). Ma non è giornata proprio per i nostri uomini migliori, che Velasco prova ad alternare con le seconde linee (comunque di altissimo livello).

Si arriva al quinto e decisivo set che è anche un momento di grande polemica per un regolamento assurdo che vuole assegnare la vittoria allo scoccare del 17° punto. Si arriva su un 16-16 che sa già di beffa, specialmente perché la battuta è per l’Italia con Vullo che la mette semplicemente dall’altra parte in attesa dell’azione offensiva olandese. Van der Meulen schiaccia senza troppa convinzione ma trova comunque il leggero tocco di Cantagalli con la palla che esce di poco.

E proprio nel momento più atteso, proprio quando tutti i favori sembravano nostri, l’Italia della pallavolo deve arrendersi a uscire di scena non solo senza l’oro, ma senza nemmeno arrivare a giocarsi una medaglia.

La seconda grande chances

Poco male, visto che il dream team di Velasco non sembra conoscere ostacoli fuori dai tornei dei cinque cerchi. Le vittorie continuano ad arrivare ovunque, la squadre è sempre protagonista e si porta a casa altri allori mondiali, europei e in World League.

Quando nel 1996 si torna in America per le Olimpiadi di Atlanta, la squadra di Velasco è considerata da molti la più grande mai vista nel mondo della pallavolo. C’è persino un’aurea quasi mistica intorno a Velasco, capace non solo di incantare tutti con i suoi sul campo, ma anche con massime filosofiche che entrano a far parte del suo personaggio indelebilmente.

Il gruppo è ancora in gran parte quello dell’inizio: sono rimasti Giani, Bernardi, Zorzi, Cantagalli, Bracci, Gardini, a cui si sono uniti i più giovani e arrembanti Meoni, Sartoretti, Papi, Gravina. Insomma, siamo ancora una volta noi la squadra da battere.

E tutto sembra andare per il meglio visto che nel girone di qualificazione siamo semplicemente perfetti. Cinque vittorie su cinque, senza cedere mai nemmeno un set agli avversari (tra cui proprio l’Olanda che ci aveva battuto qualche tempo prima nella finale della World Cup).

Percorso che procede spedito anche nei quarti contro una non irresistibile Argentina, e in semifinale contro una forte Jugoslavia domata però con un netto 3-1.

Ci siamo, sembra finalmente la volta buona. Tanto più che gli avversari in finale sono ancora una volta gli olandesi, battuti nel girone con un secco 3-0 e con gli azzurri desiderosi di riscattare la brutta prova di quattro anni prima entrando finalmente nella storia con il primo oro Olimpico.

Molti dei protagonisti peraltro, sono proprio gli stessi della scorsa edizione, con Blangè, Zwerver e Van der Meulen che hanno ancora ben in mente quella vittoria. E come allora è una battaglia incredibile, dove si gioca per molti momenti punto a punto fino alla fine.

Che è, ahinoi, la stessa. L’Olanda vince al quinto e si mette al collo la medaglia d’Oro. L’Italia, quella fortissima Italia di Velasco che ha fatto tremare il mondo, non riesce a coronare il sogno olimpico.

E sarà anche la fine dell’era Velasco, di un ciclo forse irripetibile della pallavolo italiana e mondiale.

Gli anni duemila

Intendiamoci, non che l’Italia abbia abdicato il suo ruolo di protagonista. Dopo l’addio di Velasco e di alcuni giocatori di quel grande ciclo, il “dream team” rimane ancora ricco di grande talento ed esperienza.

Sotto la guida di Paulo Roberto De Freitas “Bebeto” prima e di Andrea Anastasi poi, arrivano fiori di successi in tutte le competizioni. Tanto che anche nella Olimpiade australiana del 2000, per gli azzurri c’è tutta la speranza di qualche medaglia, se non proprio di quella ormai sfuggente d’oro.

Anche in questo caso finchè la pressione non sale alle stelle, fila tutto liscio. Tutte vittorie nel girone, domati i padroni di casa nei quarti, arriva invece la cocente sconfitta per 3-0 in semifinale da parte della Jugoslavia, che poi si aggiudicherà il torneo.

La maledizione olimpica continua.

La chance di Gian Paolo Montali

Non è più tempo di dominio per gli azzurri, che con l’arrivo di Montali sulla panchina riescono a portarsi a casa ancora due Europei, ma nessun trofeo mondiale.

La nazionale ora è trascinata dai vari Sartoretti, Mastrangelo, Papi, Fei, oltre ai veterani Giani e Tofoli. E dopo lungo tempo non siamo certamente noi gli accreditati per la vittoria alle Olimpiadi del 2004 in Grecia, là dove anche un piazzamento sarebbe forse considerato oltre le attese.

La doppia sconfitta contro Brasile e Russia nel girone ne è la conferma. Il tabellone però ci regala un facile quarto contro l’Argentina (3-1) prima della sfida contro i Russi che incredibilmente domiamo addirittura per 3-0.

Dopo anni in cui si arrivava a questo punto dopo mille vittorie, perdendo invece le partite decisive, vuoi vedere che la volta buona viene proprio quando meno te lo aspetti?

Con una sorta di tacita speranza anche di cabala, si arriva alla finale contro il Brasile, sicuramente più forte sulla carta in quella stagione. Così però come lo eravamo stati noi virtualmente per lungo tempo.

Il credito con il destino è alto. Ma non verrà pagato in questa circostanza. I verde oro vincono con un 3-1 che ci regala ancora una medaglia d’argento, forse meno amara della precedente ma certo ancora una volta del metallo sbagliato.

Montali ci riproverà anche nel 2008 in Cina, ma anche in quell’occasione sarà il Brasile in semifinale (sempre per 3-1) a buttarci fuori in quella che sarà poi una quarta posizione.

La medaglia del 2012

Tutti i grandi cicli sono destinati a chiudersi. Lo ha fatto quello dell’Italia e lo ha fatto quello del Brasile che in questi anni aveva dominato la scena ma che proprio nelle Olimpiadi inglesi del 2012 è costretto a passare la mano contro la Russia in finale (dopo aver vinto, loro sì, tutto quello che c’era da vincere).

Per l’Italia di Mauro Berruto è un momento di rinnovamento, senza grandi ambizioni e senza grandi successi (un argento e un bronzo agli Europei). Per questo forse raccogliere un bronzo totalmente insperato non vale a ripagare di tutte le altre delusioni, ma dimostra come il gruppo possa essere ancora competitivo anche in una fase di ridimensionamento.

La vittoria contro gli Stati Uniti nei quarti (che erano primi nei gironi e considerati uno dei favoriti) per 3-0 è una partita di grande spessore, mentre la sconfitta per 3-0 contro il Brasile in semifinale la dice lunga sul gap che in quel momento c’era tra le due formazioni.

La nostra esperienza torna invece prepotentemente fuori nella finalina per il terzo posto, contro una Bulgaria che aveva chiuso al primo posto il suo girone (battendoci con un secco 3-0 peraltro) ma che cade invece sotto i colpi di Zaytsev, Mastrangelo e Papi che ci regalano un ottimo terzo posto.

L’ultima medaglia azzurra

È un’Italia di seconda fascia quella che si presenta alle Olimpiadi del 2016 a Rio de Janeiro, incapace di vincere ora non solo a livello mondiale ma anche a quello Europeo. Resta però la capacità di adattarsi con il materiale a disposizione, tanto che malgrado tutto riusciamo a piazzare un secondo posto alla Coppa del Mondo e un bronzo agli europei, sempre sotto la guida di Gianlorenzo Blengini.

Vettori e Zaytsev sono le nostre punte di attacco, Sottile il palleggiatore esperto, Birarelli il capitano. Insieme a diversi giovani interessanti come Giannellil, Lanza, Piano.

Un gruppo con tantissimo da dimostrare e assai poco da perdere in effetti. E forse non è un caso se nei gironi si mettono subito in mostra chiudendo al comando davanti ai fortissimi Stati Uniti, Canada e Brasile.

Proprio gli States ci fanno forse un grande favore eliminando la Polonia (che era tra le papabili favorite) nei quarti, costringendoci poi a una battaglia fino al quinto set nelle semifinali. Ma siamo noi a passare e conquistarci la possibilità di giocarci l’oro, ancora una volta.

È la nostra terza finale olimpica, che arriva proprio nella stagione forse più insperata e contro un avversario dal grande blasone ma certo non all’altezza di quello quasi imbattibile di qualche anno prima (non a caso lo avevamo battuto già nei gironi per 3-1).

La finale però è altra cosa, specie se giocata proprio in casa dei verde oro, che si esaltano alla caccia di una vittoria forse non attesa nemmeno da loro.

Il punteggio negli almanacchi segnerà un pesante 3-0 per il Brasile, ma chi ha vissuto quei momenti sa quanto in realtà la partita sia stata equilibrata e combattuta punto su punto. Basti vedere i parziali: 25-22, 28-26, 26-24.

Differenze minime, giocate sul filo dei dettagli. Che ancora una volta hanno punito gli azzurri, rinnovando la maledizione dell’oro olimpico. Unica medaglia che sembra voler sfuggire al meraviglioso palmares azzurro.

Ma ci riproveremo ancora, e ancora.

Palmares Azzurro alle Olimpiadi

  • 3 Medaglie d’Argento (1996, 2004, 2016)
  • 3 Medaglie di Bronzo (1984, 2000, 2012)
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