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Formula Uno: la farsa di Indianapolis 2005

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Il dramma del Coronavirus, nel marzo 2020, ha avuto ripercussioni anche su tutti gli sport, rinviando e modificando i calendari di ogni singola disciplina. In Formula Uno, ad esempio, è stato rinviato –tra mille peripezie- il Gran Premio d’Australia, gara d’esordio del Mondiale 2020.

L’incertezza, il tentennamento e i ripensamenti per arrivare alla decisione definitiva, giunta dopo svariate ore tra molti imbarazzi, ha ricordato a molti appassionati gli accadimenti del Gran Premio di Formula Uno di Indianapolis del 2005, quando andò in scena la giornata più vergognosa nella storia dei motori, generata da un accumulo di indecisioni, conflitti diplomatici e mancanza di risolutezza.

Andiamo quindi a ripercorrere quel weekend psicodrammatico.

Il Campionato del Mondo di Formula Uno del 2005

La Ferrari si presentava ai nastri di partenza della stagione con il campione del mondo Micheal Schumacher accompagnato dal fido scudiero Rubens Barrichello. Antagonista di Schumi alla rincorsa al titolo è Fernando Alonso, pilota Renault, affiancato dal romano Giancarlo Fisichella. Heidfeld e Webber sono su Williams, la Mclaren Mercedes si presenta invece con Raikkonen e Montoya.

C’è curiosità per la neonata scuderia RedBull, che al suo esordio ingaggia il veterano Coulthard e l’austriaco Klien. Toyota con Trulli e Ralf Schumacher.

Le prime otto gare

Nelle prime otto gare della stagione vi è stato un dominio pressoché assoluto del team Renault, contrastato soltanto dalla McLaren Mercedes. Se Fisichella ha vinto la gara d’esordio, ha impressionato la tripletta di Alonso Malesia-Bahrein-San Marino, per poi assistere alla doppietta di Raikkonen Spagna-Monaco. Alonso che ha vinto ancora al Nurburgring, Raikkonen vittorioso poi in Canada. E’ quindi testa a testa, in classifica, tra i due contendenti, col campione del mondo Schumacher molto attardato (complici anche ben tre ritiri).

A questo punto, il circus si spostava negli Stati Uniti per la nona gara della stagione, presso il circuito di Indianapolis, nel quale Alonso si presentava come favorito.

L’incidente di Ralf Schumacher del venerdì

A quell’epoca, il calendario del weekend prevedeva le sessioni di prove libere al venerdì, prima delle qualifiche il sabato e la gara di domenica.

Nella seconda tranche di prove libere, il tedesco Ralf Schumacher accusa un grave problema alla gomma posteriore sinistra della sua Toyota e va a sbattere a forte velocità all’ultima curva. Ralf esce dall’incidente solo un po’ ammaccato, ma i medici per precauzione lo mettono a riposo per i restanti due giorni del weekend.

Tuttavia, il cedimento del suo pneumatico fa sì che il direttivo della Michelin (azienda che fornisce i pneumatici alla Toyota e a molte altre scuderie) si riunisca per analizzare i dati e riflettere bene sul problema.

Nella giornata di sabato, poi, si svolgono regolarmente le qualifiche, con Trulli che centra la Pole Position, seguito da Raikkonen e Button. Schumacher partirà quinto e il favorito Alonso dalla sesta casella.

Il telegramma di Michelin

Sabato sera, poi, succede il patatrac. Michelin, fornitrice dei pneumatici delle scuderie Toyota, McLaren, BAR, Renault, Williams, Sauber e Red Bull emette un comunicato sportivamente agghiacciante: “a seguito delle analisi sull’incidente di Ralf Schumacher del venerdì, Michelin non garantisce l’integrità dei propri pneumatici per questa gara”.

Da questo momento, parte un’escalation di confusione, malintesi e pressioni politiche. Il regolamento della Formula Uno non permette di cambiare gestore delle gomme durante un weekend di gara, pertanto l’unica soluzione per gareggiare sarebbe quella di creare una chicane artificiale nell’ultima curva di gara, riducendone quindi drasticamente angolazione e velocità, con l’effetto di non sollecitare le deboli gomme Michelin.

Il patron Bernie Ecclestone si mette in moto, ma dall’altra parte troverà la pesante ostruzione dei team Ferrari, Jordan e Minardi, gommati Bridgestone (azienda che nel frattempo aveva tranquillamente garantito per i propri prodotti).

Si passa tutta la notte a tentare una difficile negoziazione, ma se Jordan e Minardi sarebbero disposte ad un punto d’incontro, la Ferrari appare invece irremovibile: dal canto suo, non vuole rinunciare ad un vantaggio clamoroso che le si è prospettato davanti.

Colloqui febbrili senza esito

Arriva presto la domenica mattina in una situazione surreale: non vi sono comunicazioni ufficiali né da parte della FIA né da parte dei team, così la gara resta regolarmente in calendario. Ad Indianapolis cominciano ad arrivare, sin dalle prime luci dell’alba, frotte di tifosi giunti da tutti gli Stati Uniti e dall’America Centrale.

Le vetture, mezz’ora prima della gara, si schierano sulla griglia, ma oggettivamente nessuno sa ancora cosa sarebbe successo di lì a poco. La dirigenza della FIA parla con i Team Principal per trovare un compromesso che vada bene a tutti, ma Jean Todt appare irremovibile sull’argomento “chicane aggiuntiva”, mentre gli altri rifiutano l’eventualità di percorrere la curva incriminata a bassa velocità per preservare le gomme.

Tribune piene e televisioni di tutto il mondo collegate, i piloti –consci di non poter gareggiare senza alcun accordo- sono a bordo delle vetture, e continua a non arrivare alcuna comunicazione.

Bernie Ecclestone percorre febbrilmente il rettilineo di partenza in cerca di dialogo con i vertici dei vari team, ma evidentemente un compromesso non arriva.

Una gara imbarazzante

Tra mille incertezze, arrivano le 14, orario di gara: i tecnici lasciano la pista e le macchine partono per il giro di ricognizione. L’empasse è imbarazzante per team e piloti: è memorabile il team-radio di Coulthard, durante il warm-up lap, che dice “ragazzi, fosse per me io vorrei gareggiare! Fatemi sapere!”, sintomo che ancora nessuna decisione era stata presa.

Ancora qualche curva prima del posizionamento in griglia, quando viene diffuso il team-radio di Alonso “rientra ai box, amico, ci ritiriamo”. E come lui fanno tutti i piloti gommati Michelin.

La scena è tragicomica: quattordici vetture entrano ai box e non si schierano in griglia; sul rettilineo di partenza si posizionano solo i piloti Bridgestone, ovvero Schumacher, Barrichello, Monteiro, Albers, Karthikeyan e Friesacher.

Tra i fischi e i “boo” di un pubblico sconcertato (vi erano circa 200 mila tifosi accorsi al circuito), scatta il semaforo verde con sole sei vetture.

Schumacher si avvia alla più facile vittoria della sua carriera, seguito da Barrichello e Monteiro. La Minardi coglie gli ultimi punti della sua storia, dal momento che nella stagione successiva sarebbe divenuta “Toro Rosso”.

Le conseguenze della gara

Tutti si resero subito conto che quello rappresentava il punto più basso della storia della Formula Uno, e ancora oggi ci si chiede come delle menti così brillanti non siano state capaci di partorire una soluzione che potesse accontentare tutti e quantomeno non far inferocire (giustamente) il pubblico accorso in massa.

Si parlava, quegli anni, di inserire in calendario un secondo GP degli Stati Uniti, magari a Las Vegas, ma quella figuraccia in mondovisione cancellò ogni possibilità.

Michelin fu condannata a risarcire 200 mila biglietti e a offrirne 20 mila per la stagione  seguente, ma nulla potè cancellare la farsa clamorosa, e restano indelebili gli interrogativi per i quali stimati ingegneri, business man e registi di un teatro che vale miliardi non siano riusciti a trovare una soluzione prima che il problema si concretizzasse. Quasi come a Melbourne 2020.

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