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Lo 0-4 ottenuto fuori casa, in Svezia, nella casa dell’Elfsborg, il 31 marzo del 2026, quasi è passato inosservato. Per uno strano paradosso temporale e destinale, tuttavia, il trionfo degli azzurrini di Silvio Baldini oggi, sbollita la rabbia – si fa per dire – per l’eliminazione dell’Italia dai prossimi Mondiali di calcio, quasi splende di luce propria, certificando e contrario non solo che il nostro movimento calcistico non è come i più grandi lo stanno facendo passare, ma soprattutto che esiste un modo per lavorare bene con la Nazionale, qualitativamente e mentalmente parlando, senza buttare la narrazione necessariamente sul «furore agonistico», sul «dinamismo» e altra retorica di questo genere.

In 8 partite disputate finora dagli azzurrini – nel girone di qualificazione ai prossimi Europei di calcio –, sono arrivate 7 vittorie, oltre a 21 gol fatti e appena 5 subiti. Soprattutto, sono arrivate le conferme di tanti talenti che scalpitano alle porte della Nazionale maggiore, quanto mai bisognosa d’aria fresca dopo l’ennesimo fallimento.

L’arrivo di Baldini a Coverciano

A Coverciano, invero, Baldini ci è cresciuto. Pane, focaccia e tantissimo calcio, da quando ha iniziato ad allenare ormai più di quarant’anni fa. Con i giovani ci aveva sempre saputo fare, così dicevano quelli che lavoravano con lui, così raccontavano i risultati, sempre ottimi. L’ultima esperienza col Pescara, guidato vittoriosamente alla Serie B, lo ha ringiovanito di qualche anno, permettendogli di arrivare a ricoprire uno dei ruoli più prestigiosi al mondo – almeno sulla carta. Un ruolo che, tra l’altro, sta ricoprendo alla grande.

«Mancano i talenti italiani?, aveva detto nella prima uscita pubblica da ct dei piccoli Azzurri. Purtroppo il mondo del calcio è inquinato da troppe persone il cui interesse è solo il guadagno, tanti si accontentano anche di guadagnare poco, mica sono Raiola che prendeva 150 milioni, questi piccoli squali che vivono di questa predazione, che depredano le piccole società, e all’estero trovano più copertura, quindi lo fanno dove è meno visibile che stanno facendo un furto. Se avessimo la capacità di isolare questi ragazzi da tanti personaggi, il loro valore verrebbe fuori, tanti sapientoni invece vogliono aiutarli per riempire le loro tasche, il mio compito difficile è questo, togliergli dalla testa di guadagnare tanti soldi ma di migliorare ogni giorno».

E poi: «Sono abituato a usare termini un po’ volgari, e con la maglia azzurra non lo posso fare. Non mi sento ingabbiato ma il mio ruolo è cambiato, se succederà non succederà pubblicamente ma negli spogliatoi. E aggiungo: tante volte quando uso questi termini cafoni, non è perché sono cafone, ma perché il mondo del calcio è pieno di lestofanti che vanno apostrofati con questi aggettivi, è un mondo che non ti rispetta e merita di essere trattato in questo modo».

Quella di Baldini è stata fin da subito una carica quasi elettrica, una scossa prima di tutto mentale data ad un ambiente vecchio e stantio, sempre uguale a se stesso. Magari pure vittorioso in alcuni frangenti, ma mai progettuale. Baldini si è messo a lavoro come l’artigiano che deve costruire da solo una casa in legno: con la cura quindi di chi non dà nulla per scontato, perché vuole prima di tutto lasciare qualcosa che vada oltre le ragnatele del tempo fisico.

Baldini è un uomo di cuore, di famiglia e di emozioni. Aveva detto: «Sono felice di essere qui e di aver avuto questo incarico. Io non pensavo che avrei avuto questa possibilità, in passato ci ho sperato, ma questa speranza era finita. C’era già stata questa possibilità ai tempi di Mancini c.t., la cosa non era andata in porto ed era finita lì. Quando è arrivata questa chiamata, mi ha riempito di gioia. Sono emozionato, perché ognuno di noi ha una storia, se ti guardi indietro la vedi.

Ho sempre creduto che ci sia qualcosa al di sopra di noi, che premia l’onestà e l’amore nelle cose che fai, quando riesci a metterlo chi sta sopra di noi lo riconosce e qualcosa arriva. Non voglio mostrare le mie emozioni a un mondo che non lo merita, ma quando sono partito domenica, con la mia famiglia è stato un momento troppo bello, perché c’era tutta la nostra storia.

Sono partito dal niente e sono arrivato qui: ho sempre scelto la strada più lunga, e domenica è stato uno dei giorni più belli della mia vita, pari a quando sono entrato con mia moglie nella prima casa che ci siamo costruiti». Appunto, quindi vedete che la nostra metafora non era mica campata per aria. Questa serenità, ma soprattutto questa autenticità, Baldini l’ha pure trasmessa ai suoi ragazzi. Che ora raccolgono i frutti del lavoro svolto.

La calma di chi sa quello che vuole

Da uno 0-4 a un altro. Già contro la Macedonia, battuta con lo stesso risultato ad Empoli, Baldini aveva dichiarato: «Hanno capito che quando giocano devono essere una squadra, devono avere un’idea e devono essere in grado di svilupparla. Da quando li ho visti la prima volta lo scorso settembre, sono migliorati tantissimo, anche grazie al minutaggio aumentato nelle rispettive squadre. Non nutro nessuna sorta di preoccupazione, perché hanno fatto il massimo di ciò che potevano in questi giorni: sono sereno».

Risultato? 4-0 alla Svezia, meglio 0-4, mentre in Bosnia si consumava la debacle dei grandi. Sono gli azzurrini, al momento, a dare ancora speranza al movimento nazionale. Ndour, assoluto protagonista, Koleosho, uno dei pochi rari talentissimi del nostro Paese usciti negli ultimi anni, ma anche Palestra – chiamato poi da Gattuso con la Nazionale Maggiore – e Pisilli, di spinta, o Inacio, 17enne che Baldini non vede l’ora di poter plasmare.

Qualcosa si muove e i risultati lo stanno certificando. Col suo calcio semplice, Baldini sta insegnando a tutto il movimento una lezione da ricordare: è proprio la semplicità della proposta ad essere la cosa più complicata da mettere in campo. Ma quando si tratta di ragazzi, e ragazzini, come quelli allenati da lui mensilmente, la semplicità è la chiave, perché fa esprimere meglio. Certo, tutto questo senza dimenticare alcuni metodi innovativi, come lo giocare bendati, o – psicologicamente parlando – il fare gruppo tramite strategie (anti)comunicative – vedi la sospensione dei telefonini a cena.

Così Baldini in un’altra dichiarazione, alle porte delle due partite contro la Macedonia e la Svezia, aveva detto: «Sanno già cosa pretendo e cosa voglio da loro, soprattutto sanno che spirito devono avere in Nazionale. Già stamattina, iniziando il lavoro in palestra, ho visto un’aria positiva, sono felici di essere qui e ritrovarsi: per i nuovi arrivati così sarà anche più facile integrarsi. Tanti di loro comunque vengono da percorsi con le Nazionali giovanili: il lavoro che viene fatto dal Club Italia è fondamentale, altrimenti la crescita e la formazione di questi ragazzi, che è graduale e di alto livello, non sarebbe tale». Che continui così, allora. Perché è da loro che può ancora vivere la speranza.