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Storia di Dener, lo sfortunato Neymar degli anni 90′

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È il 19 aprile 1994. “Il calcio brasiliano perde l’arte di Dener“: il presentatore del telegiornale più visto del Brasile inizia con una voce che sembra provenga direttamente dall’oltretomba. “L’attaccante del Vasco da Gama è morto questa mattina a Rio de Janeiro, mentre arrivava da San Paolo in macchina. L’incidente si è verificato sulle rive della laguna della Freitas, uno dei luoghi più belli della città. Dener stava dormendo sul sedile del passeggero”.

Una voce fuori campo spiega che Dener aveva lasciato San Paolo la sera prima e aveva guidato, con un amico, i quattrocento chilometri da una città all’altra. Era a 15 minuti dalla sua destinazione e a poche settimane dall’inizio di una nuova fase della sua vita: aveva appena concordato il passaggio allo Stoccarda.

Quell’immagine terribile

Incastrata in un albero, con il muso trasformato in rottami metallici, un’auto sportiva – divenne famosissia, quella Mitsubishi bianca -, con numero di targa grafica DNR-0010, ha ancora socchiusa la portiera del copilota. Diversi calciatori del Vasco da Gama, uno dei grandi club di Rio, passano in linea disciplinata, chiamati a una sorta di riconoscimento: alla polizia, diranno ciò che vedono dentro. E cioè che lì giace Dener, nella stessa posizione in cui giaceva cinque ore prima. Con il sedile reclinato, l’impatto dell’auto contro l’albero lo ha spinto contro la cintura di sicurezza, facendolo soffocare.

C’è una parte straziante nei ricordi di tutti: i calciatori a malapena in grado di dare le loro impressioni alla giornalista televisiva Globo, circondata da curiosi e oziosi passanti in una sequenza televisiva straziante e tragica. Tra questi c’era Luisinho, l’emblema di quel club tre volte campione di Rio de Janeiro, che oggi assapora i ricordi con le lacrime: “Sembrava che stesse dormendo, l’ho visto lì e volevo svegliarlo: ‘Dai, Dener, andiamo ad allenarci, abbiamo una partita domenica’, gli ho anche detto. L’eccitazione della storia non lo ha reso possibile. La tragedia ha inghiottito il progetto della stella per far posto al mito.

La storia

Dener Augusto de Sousa ha vissuto per 23 anni, soddisfacendo i cliché di un certo tipo di calciatore brasiliano, dalla culla alla tomba. Sua madre, una figura unica nella sua educazione senza padre, diceva che il piccolo Dener giocava ancor prima di camminare, tanto spesso da far rotolare il suo corpo sulla palla.

Nato nel 1971 a Vila Ede, un umile quartiere della periferia nord di San Paolo, ha iniziato a sorprendere gli allenatori di futsal locali con la stessa miscela di virtù che in seguito lo ha contraddistinto sul verde: ha combinato una velocità inusuale con una straordinaria coordinazione, destreggiandosi con la palla su gambe da funambolo.

La Portuguesa, un club tradizionale di San Paolo, lo ha testato all’età di 11 anni e lo ha tenuto per sempre, senza mai venderlo. Ma, come avveniva allora in Brasile, lo prestò due volte – a un prezzo d’oro – prima al Gremio di Porto Alegre e poi al Vasco.

Tutto questo ha richiesto meno di cinque anni, tra il 1989 e il 1994. Poi, in viaggio verso l’Europa, ha incontrato la morte. La sua magra carriera fu comunque sufficiente a farlo ricordare in ogni angolo del Brasile come un artista irripetibile, per molti un attaccante che un paio di decenni dopo trovò il confronto in un’altra crepa, questa, già consacrata: Dener era un Neymar degli anni Novanta. O, in un altro modo, Neymar è diventato ciò a cui mirava Dener prima di morire.

Nel Santos del 2010, un certo numero dieci, che già si scopriva crack, è stato rinchiuso nella sala video per ore. Lì, ha dovuto studiare e visualizzare partite di grandi calciatori, coloro i quali hanno preso più calci che saluti.

Sia chiaro: non per vedere le loro giocate, ma per imparare come hanno reagito alle cattive arti dei loro avversari. Il ragazzo alto e dall’aspetto ribelle era notoriamente poco simpatico al gioco violento dei difensori, che lasciava correre e girare, trottolare e ancora girare.

L’allora direttore sportivo del Santos, Paulo Jamelli, ebbe l’idea di una sorta di video terapia: ci ha messo i giochetti di Maradona, poi di Messi. E, naturalmente, di un suo contemporaneo, che ammirava fin da giovane. Si chiamava Dener.

Portoguesa, ma non solo

La São Paulo Junior Cup riunisce le squadre degli U-20 di decine di club brasiliani. Da 45 anni è la vetrina dei giovani talenti del Paese ai cinque Mondiali di calcio. Nel 1991, la Portuguesa ha vinto la sua prima SP Cup grazie a quel ragazzino che aveva bisogno di stringere i pantaloni sopra l’ombelico per mettersi la maglietta.

Non indossava ancora il dieci sulla schiena, ma venne ugualmente fuori da quel torneo come una stella. Del resto, già a vent’anni aveva tutto: velocità, facilità di dribbling, passaggio chirurgico e, quando è arrivato davanti al portiere, gol. A differenza di un giochista come Garrincha, Dener sembrava dare il meglio nel gioco a tutta velocità.

Al Portoguesa l’aveva fatto debuttare Antonio Lopes, uno dei maestri della panchina brasiliani. Così raccontò l’incontro: “Ai tempi, i dirigenti mi chiesero di provarlo in prima squadra. Arrivò il momento della partitella e dissi al magazziniere di dargli una maglia. Dener si mise in disparte, fuori, e io neanche mene accorsi. Nel finale lo feci entrare. Ecco, appena dentro, sombrero al difensore titolare; nella seconda azione, saltò con la palla su un intervento doppio di due giocatori. Mi sembrava un nero con due gambe strette e magre, poi capii. E ne parlai subito con il presidente. Non potevo lasciarlo giocare a futsal”.

Iniziò la sua storia nel settembre del 1989 sostituendo Roberto Dinamite. Una stella precoce, coraggioso e carismatico in campo, anche se fuori era un’altra storia.

Lo conosceva perfettamente l’amico Tico, con lui ha condiviso giornate lunghe negli spogliatoi della Portoguesa: “Gli volevo troppo bene. Aveva un cuore enorme, regalava sempre qualcosa ai ragazzi quando aveva un po’ di soldi. Però aveva anche un senso di ribellione dentro, oltre al genio. Per me era la mancanza di una figura paterna. Era una persona allegra, sì. Ma con un lato molto triste”.

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