C’è un’immagine di PSG v Bayern Monaco – semifinale di andata della UEFA Champions League 2025/26, terminata sul 5-4 – che mi ha fatto parecchia impressione: dopo aver segnato la rete del 4-2 al 52’, mentre Kvicha Kvaratskhelia si gode – giustamente – la gloria del gol che per qualunque altra squadra significa aver chiuso i giochi, almeno quelli dell’andata, Ousmane Dembele corre verso il pallone finito alle spalle di Neuer, che lo guarda confuso. Il francese, dopo averlo raccolto da terra, indica ai compagni il centro del campo.
Dopo 2’, proprio Dembele segna la rete del 5-2 (provvisorio), prima che due gol dei bavaresi riportino la partita in parziale equilibrio. Ecco: in quella immagine c’è tutto il PSG di Luis Enrique, io credo. In Dembele, quindi, che a Parigi è rinato dopo essersi perso a Barcellona. In Kvara, che contro tutte le malelingue che lo dipingevano come una – certo meravigliosa, ma fugace – meteora del calcio mondiale, ha trasformato il suo gioco ampliandone il bagaglio tattico e tecnico: perché è vero che il georgiano fa qualche rincorsa in più alle spalle – celebre quella su Dumfries in finale lo scorso anno sul 4-0 – ma è altrettanto vero che i suoi dribbling e le sue sterzate, più movimenti sciistici che calcistici, hanno persino aumentato la loro incisività nel breve, risultando letali.
Il PSG è in primo luogo di Luis Enrique, che qualcuno aveva sbeffeggiato per quel discorso a Mbappe sul sacrificio: il talento francese sarebbe finito al Real Madrid l’anno dopo, e il PSG sarebbe esploso vincendo – come sempre – in Francia ma soprattutto in Europa, e quest’anno può ripetersi.
Di Luis Enrique in effetti si sottolinea sempre troppo poco questo aspetto, a mio avviso essenziale per comprenderne la grandezza: quest’uomo ha navigato nella tempesta, ha dissipato dubbi esistenziali che nemmeno il calcio sa raggiungere, e infine ha vinto. E ha vinto non perché bravo – non c’è da dirlo: è il migliore al mondo insieme a Guardiola sotto il profilo tattico – ma perché vero, autentico. La tattica è solo una conseguenza, certo ragionata e metodica, scientifica, di un atteggiamento interiore, che non si compra certo al mercato delle pulci, ma si guadagna a costo del dolore. Su questa scia, ma in misura minore, si deve leggere pure la figura di Mikel Arteta. Spagnolo come Luis, ma basco.
Metodico come Enrique, ma attento alle singole fasi della partita, soprattutto quando si tratta di studiare soluzioni alternative – da qui la sua maestria, sua perché del suo staff, sulle palle da fermo, fondamentale nel quale i Gunners quest’anno hanno costruito una stagione memorabile. Mettiamoci pure che l’Arsenal sembra aver finalmente trovato quella sana dose di fortuna che mancava nel Nord di Londra, sponda biancorossa, da molte stagioni, 22 se calcoliamo solo la Premier League.
La vittoria del Manchester City ai suoi danni neanche un mese fa sembrava infatti aprire le porte all’ennesima beffa. Poi però la squadra di Pep si è inceppata, e tutti si sono giustamente ricordati di quando Declan Rice, una delle figure cardine dell’Arsenal per temperamento e costanza, dopo aver perso 2-1 ad Etihad, veniva intercettato dalle telecamere dicendo: «It’s not over yet», non è ancora finita. Aveva ragione, Rice. Ancora doveva vivere l’ebbrezza di conquistare la Premier League, che oggi equivale a vincere una SuperLega.
Ancora doveva provare pure l’ebbrezza di viaggiare per Budapest con la testa leggera e il cuore in fiamme, per una finale che, a distanza di 18 anni dall’ultima volta, fa parlare dell’Arsenal come di un grande club. Dal punto di vista meramente tattico, non ci spendiamo in inutili parole – lo sarebbero, perché la finale è sempre una partita a sé. Una cosa però possiamo dirla.
Un po’ per la novità dell’orario – si gioca alle 18:00: «per i tifosi», dice Ceferin, a dire il vero per gli introiti e la maggiore diffusione dell’evento su scala mondiale –, un po’ per il modo di giocare del PSG, che sembra andare sul campo come su una nuvola, quasi spensierato, aspettiamoci una finale bellissima. Magari bloccata nei primi minuti, soprattutto lato Gunners. Poi però animata da una parte dal joga bonito dei parigini, dall’altra dalla tenacia britannica dei Gunners. E magari dall’invidia di noi italiani, che da queste due squadre dobbiamo imparare moltissimo.


