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Immanuel Kant ha dedicato al termine «crisi» memorabili pagine di purissima filosofia. La crisi della ragione, pura come pratica, non significa tuttavia quello che a tutta prima si potrebbe pensare. La crisi non è un «problema» ma un «giudizio» della ragione, che essa formula – e si dà – per comprendere i limiti delle sue operazioni interne.

In effetti il termine viene dal greco krino, un verbo che significa appunto «giudicare». Non è intenzione di chi scrive annoiare il lettore con futili disamine etimologico-filosofiche, ma forse Kant avrebbe potuto aiutare Christian Chivu e Raffaele Palladino, a modo loro «due pensatori» come Kant lo fu più di trecento anni fa.

L’Inter come l’Atalanta, accomunate dai colori – neroazzurri –, vivono infatti in questi giorni una crisi d’identità bella e buona. Forse abbiamo esagerato i termini. Più che identità sarebbe meglio parlare di «sistema». Nella traduzione empirica e terra-terra, significa che i meneghini e i bergamaschi sono passati nell’arco di poche settimane da piazze con un sogno nel cassetto a club ancora in cerca d’autore.

Per l’Inter, i problemi sono iniziati col Bodo-Glimt in Champions League. È contro i norvegesi infatti che, tra andata e (soprattutto) ritorno, l’Inter si è dovuta ridimensionare. Chivu, ancora impegnato in Coppa Italia – l’andata della semifinale col Como è terminata 0-0 –, ha subito rimesso i suoi ragazzi con la testa sul campionato, ma il risultato è stato solo tamponatorio, non risolutivo. Come il malato immaginario di Moliere, l’Inter vaga per le terre selvagge del campionato con i crismi di chi è chiamato «a chiudere il campionato», ma si guarda intorno spaesato perché sente il rumore dei nemici da ogni parte.

La sconfitta nel derby contro il Milan nell’ultima giornata, se non ha riaperto il campionato – perché 7 punti di vantaggio sono tanti –, gli ha però dato un senso, togliendo certezze all’Inter, la squadra che lo aveva stritolato almeno da tre mesi a questa parte. D’accordo, l’Inter recupererà presto alcuni giocatori fondamentali come Lautaro Martinez e Marcus Thuram – che a proposito di malati immaginari sembra la brutta copia di se stesso, quest’anno.

Ma è altrettanto vero e indubbio che nelle prossime uscite in campionato i nerazzurri di Christian Chivu dovranno affrontare avversari di un certo blasone: solo per citare il prossimo mese d’impegni, l’Inter dovrà vedersela con Atalanta, Fiorentina, Roma e Como – che poi affronterà nuovamente in Coppa Italia a fine aprile. Non esattamente partite semplici, insomma. Ecco perché contro l’Atalanta servirà una prova da “vecchia Inter”, quella che ci ha incantato tante volte in questa stagione – anche se mai nei cosiddetti big match, dove ha sempre faticato molto.

L’Atalanta dovrà evidentemente “giocare” su questa mini-crisi dei nerazzurri, consapevole del fatto che anche lei, tuttavia, non sta vivendo un momento facile. Palladino ha ricevuto a inizio marzo il premio come miglior allenatore del mese, ma ha faticato moltissimo nelle ultime uscite. La spocchia mostrata prima della sfida al Bayern, sanguinosamente terminata sull’1-6 a Bergamo, non è un bel segnale, come non lo era stata la sconfitta (con un uomo in più per oltre 80’) contro il Sassuolo due giornate fa, e anzi che la Dea ha rimontato l’Udinese (e la Lazio in Coppa Italia) sul 2-2, altrimenti parleremmo di un periodo nerissimo.

Ecco, affidandosi a quello spirito Dea che non si è mai perso, Palladino dovrà nuovamente fare breccia nel cuore dei suoi ragazzi, convincendoli a tirare fuori una prestazione che al momento sembra difficilmente ipotizzabile. Ma occhio al concetto di crisi, da cui siamo partiti. Non problema, appunto, ma giudizio.