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Enzo Bearzot: il «vecio», papà di tutti noi

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Il nome di Enzo Bearzot è ormai per tutti indelebilmente associato a quella vittoria mondiale del 1982. A quell’urlo di Tardelli che dava voce a milioni di italiani incollati al televisore. Alla sua inconfondibile pipa che ne ha delineato il profilo. A quell’immagine quasi iconica della partita a carte in aereo con Pertini, Zoff e Causio.

E “il Vecio (come lo soprannominò lo scrittore Giovanni Arpino), è diventato così parte della storia sportiva del nostro paese, per quella vittoria sicuramente, ma anche perché ha saputo nei suoi 83 anni di vita, lasciare il segno in tutte le persone e le situazioni che ha affrontato.

Bearzot il calciatore

Enzo Bearzot era quello che oggi potremmo definire, un uomo d’altri tempi. Solo che probabilmente lo era già allora, con un carattere non certo malleabile e quella voglia di andare sempre avanti malgrado le avversità.

Un uomo così non poteva che fare il mediano in campo, mettendoci tutta la sua ferrea volontà e la grinta necessaria per battersi su ogni pallone e contro ogni avversario. Una giovinezza calcistica passata prevalentemente in Serie B con le maglie di Pro Gorizia e Catania, con in mezzo l’esordio con l’Inter nella massima serie (ma dove giocò appena 19 partite in tre anni).

La sua carriera però visse prevalentemente con la maglia granata del Torino, reduce dalla tragedia del Superga, in cui giocò in tutto 139 partite segnando 8 gol. In mezzo ancora una parentesi in nero azzurro, senza però troppa fortuna.

Alla fine Enzo raccimolerà 251 parite in Serie A e anche una uscita in nazionale. Ma il suo amore per il calcio non conosce sosta perchè subito dopo prenderà per mano i giovani del Torino, anche se questa volta dalla panchina.

Il Bearzot allenatore

Sotto l’ala di Nereo Rocco che stava in quegli anni guidando la prima squadra del Torino, Bearzot comincia così la sua seconda vita da allenatore con i ragazzini granata, trasmettendo a loro la disciplina e la grinta che lo caratterizzavano.

Da quel binomio sulle panchine a distanza, Bearzot trarrà tutti i benefici possibili sia dal lato umano (i due erano soliti frequentare anche le stesse osterie) che da quello tecnico. Così quando dopo quattro anni si presentò occasione di spiccare il volo da solo altrove, fu Prato la destinazione scelta.

Grazie a Ferruccio Valcareggi poi, la strada prese la direzione delle trafile nazionali, dove andrà ad affiancare prima Uccio nei mondiali del 1970 e 1974, per poi passare sulla panchina dell’Under 23 e infine come secondo di Fulvio Bernardini in nazionale maggiore per poi prendere il suo posto nel 1977 per costruire la squadra del Mondiale in Argentina del 78.

Il mondiale Argentino del 1978

L’Italia che si presentò a quel mondiale era stata totalmente rivoluzionata proprio grazie alle scelte di Bearzot, che aveva fin da subito messo in chiaro come a dualismi altisonanti (si era da poco usciti da quello estenuante tra Rivera e Mazzola) preferisse un solido gruppo da cui partire che potesse dedicarsi solo agli schemi di gioco e a fare comunione.

Ecco allora che si videro in campo i vari Cabrini, Scirea, Bettega, Graziani, Rossi attirando l’ira e la critica di molta informazione dell’epoca, già dubbiosa sulle qualità di un CT che di fatto aveva allenato soltanto il Prato in campionati ufficiali.

Facile oggi vedere quelle scelte come illuminate, visto che quei nomi li abbiamo imparati a memoria ormai. Ma in quel momento ci fu bisogno di un piazzamento importante come il quarto posto finale, per accendere di nuovo un qualche barlume di entusiasmo. Soprattutto in virtù del gioco espresso dagli azzurri, finalmente oltre quel classico gioco “all’italiana” ma che promuoveva anche novità come una sorta di “Zona mista”.

Il calcio scommesse e l’Europeo di casa

Premesse che sembravano quindi ottime in vista dell’Europeo da giocare in casa due anni più tardi. Ma quello che successe in mezzo fu imprevedibile. Il calcio scommesse sconvolse il calcio italiano e tra arresti, penalizzazioni e squalifiche (tra cui Rossi e Giordano che rappresentavano i titoli di Bearzot) la squadra rimaneggiate che scese in campo offrì solo prestazioni incerte che si conclusero con un quarto posto finale (allora erano solo otto le partecipanti).

L’atmosfera che si respira prima di quello storico mondiale quindi, è al limite del linciaggio mediatico. I tifosi sono ancora sconvolti dallo scandalo e ce l’hanno praticamente con tutti gli organi federali, nazionale compresa. Fomentati peraltro da una stampa a cui proprio Bearzot non andava giù sotto nessun punto di vista, canzonadolo quasi in maniera offensiva.

E le prime partite di quel mondiale, non aiuteranno.

Il Mondiale della riscossa

La scelta di riconvocare testardamente un Rossi appena tornato disponibile dopo il ciclone del calcio scommesse, peggiora ulteriormente la situazione, solo parzialmente placata da un Zoff che rappresenta invece l’ultima ancora della vecchia guardia nonchè anche l’unico contatto per tutta la prima fase con gli organi di stampa, visto che tutti gli altri saranno trincerati sotto silenzio come voluto dallo stesso Bearzot.

Le tre partite inziali sono terribili, gioco scadente, tre pareggi con due gol fatti e due gol subiti contro Camurun e Perù avversari non certo irresistibili. Ciò nonostante, il vero miracolo è che basta per passare il turno. Il sorteggio però è impietoso: girone a tre con le due favorite Brasile e Argentina.

I giornali ci danno ormai per spacciati e ironizzano su possibili brutte figure. E invece qua viene fuori l’uomo Bearzot oltre che l’allenatore. La partita contro l’Argentina è un miracolo di strategia, con Enzo che prende da parte quel baffuto terzino di nome Gentile e gli dice “Non fargli toccare palla” riferendosi al pibe de oro, Maradona. E così fece, portando a casa la prima vittoria.

La seguente fu ancora più pazzesca, perché dentro quel 3-2 contro un Brasile super, c’è tutta la rivincita proprio degli uomini scelti da Bearzot, a cominciare da quella tripletta di Rossi che divenne da allora “Pablito“.

La cavalcata da quel momento è trionfale, e presto o tardi tutti sono risaliti sul carro di un Bearzot vincitore che era riuscito a costruire un gruppo imbattibile in quel momento. Osannato ora dal popolo e dal suo presidente Pertini, che vola fino in Spagna per consacrare la rinascita definitiva, sua e del calcio italiano intero.

Non è sbagliato pensare che proprio quella vittoria mondiale, riavvicinò più di ogni altra cosa gli appassionati di calcio al gioco e alla nazionale. Situazione che poi si rivivrà ancora anche nel trionfo del 2006 (con tristemente le stesse premesse).

Gli anni finali

Un trionfo del genere entra nella storia e crea legami indivisibili, ma lascia anche terribilmente appagati visto che è difficilmente ripetibile.

E infatti due anni dopo quello stesso gruppo (salvo qualche raro innesto) non riuscì nemmeno a classificarsi per gli europei e nel successivo mondiale in Argentina, si fermò ai sedicesimi di finale contro la Francia di Platinì.

Le dimissioni furono quindi l’unica strada possibile, anche se troveremo poi Bearzot ancora in ruoli ufficiali della FIGC.

Forse proprio per il suo carattere schivo e poco diplomatico, per molti versi malgrado alcuni ruoli istituzionali si ha avuto l’impressione di un certo distacco nei suoi confronti. Forse anche per la consapevolezza di aver vinto proprio nel momento in cui tutti gli stavano dando addosso.

E ricredersi è forse più difficile che non vedere quanto di buono è stato fatto e che vive ora nelle parole e negli aneddoti dei tanti che lo hanno conosciuto in prima persona.

l 21 Dicembre del 2010 Bearzot ci lascia definitivamente, ma noi che quegli anni li abbiamo vissuti e non abbiamo paura di ricordarlo come il grande capitano e timoniere di quella vittoria. Quel naso schiacciato, quella pipa e quelle immagini, saranno per sempre un pezzo della nostra storia sportiva.

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