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La difesa a zona: la rivoluzione calcistica di fine anni 80′ fino ad oggi

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Quando si parla di tattica nel calcio qualsiasi discorso deve essere sempre finalizzato a due semplicissimi concetti: segnare gol e impedire all’avversario di segnarne

Se per quanto riguarda la fase offensiva si è sempre stati aperti alle più disparate variazioni tattiche, in grado di esaltare il talento degli attaccanti, per quanto riguarda la fase difensiva per anni ci si è barricati su due fronti apparentemente contrapposti: la difesa a uomo oppure a zona.

Cosa significa difendere a zona o a uomo

Sgombriamo il campo da ogni possibile equivoco: nonostante si parli spesso di marcatura a zona contrapposta a quella a uomo, dal punto di vista individuale la marcatura è sempre a uomo.

La marcatura indica la presa di posizione di un giocatore rispetto ad un avversario, sia in fase di possesso palla che di non possesso, finalizzata a controllarne i movimenti e ad ostacolarne l’azione.

In qualsiasi sistema di gioco, le azioni che un difendente compie nei confronti di un attaccante sono pressoché le stesse: si cerca di impedirne la progressione verso il centro dell’area, si evita di lasciare spazio di tiro o di cross sul piede più forte e si tenta di intervenire sul pallone per toglierglielo dalla disponibilità.

Quello che cambia notevolmente a seconda dei sistemi di gioco adottati dai vari allenatori è l’insieme dei vari movimenti di un determinato gruppo di giocatori, che hanno il compito di mettere in atto, in maniera coordinata tra loro, tutta una serie di marcature che impediscano alla squadra avversaria di trovare la via del gol.

È quindi nella tattica collettiva che risiede la differenza tra marcatura a uomo piuttosto che a zona: alcuni sistemi difensivi insistono sul controllo da parte di un giocatore di uno specifico avversario, ovvero l’uomo, altri invece pongono l’attenzione sul controllo di un determinato spazio di campo, cioè la zona.

La difesa a uomo

Agli albori del calcio le difese erano composte semplicemente dai due terzini che operavano davanti al portiere. La regola del fuorigioco prevedeva che per essere in gioco dovevano esserci tre avverarsi tra il giocatore che riceve palla e la porta.

Nel 1925 questa regola cambiò, portando a soli due avversari necessari tra tra sé e la porta per reputarsi in gioco.

Herbert Chapman, all’epoca allenatore dell’Arsenal, cercò di rimediare alla disparità numerica che si andava così a creare arretrando il centromediano sulla linea dei terzini e spostando le mezzali a centrocampo, creando quella tattica passata alla storia come il sistema. Ogni giocatore avrebbe avuto così il compito di controllare un avversario in fase di attacco.

In questa maniera la posizione dei giocatori del reparto difensivo è dettata da quella degli attaccanti avversari: ogni difensore ha il compito di impedire al suo diretto avversario di entrare in possesso della palla e di concludere a rete.

Per ovviare al rischio di trovarsi completamente indifesi nel momento in cui l’avversario riesca a sottrarsi alla marcatura, è stata poi introdotta la figura del libero, ovvero di un difensore slegato da specifici compiti di marcatura che si occupa di coordinare i movimenti del reparto, prestando attenzione alla regola del fuorigioco, e di intervenire in seconda battuta sugli attaccanti sfuggiti ai compagni. A palla riconquistata poi il libero ha il compito di far ripartire l’azione.

La difesa a zona

Già l’introduzione del libero rappresenta un’eccezione al meccanismo della difesa a uomo, dal momento che si tratta di un giocatore che è chiamato ad intervenire in base alla posizione che occupa in campo e non su un avversario predefinito.

Sistemi di gioco che oscillavano tra la difesa incentrata sull’avversario e quella incentrata sugli spazi iniziarono a sorgere fin dagli anni ‘60, in particolare nelle zone di centrocampo.

La vera rivoluzione arrivò in Italia negli anni ‘80, grazie al lavoro di Giovanni Galeone al Pescara e soprattutto di Arrigo Sacchi al Milan.

La difesa a zona applicata nella maniera più scientifica punta a bloccare il gioco avversario occupando preventivamente gli spazi in cui dovrebbero sviluppare la manovra. In questo sistema quindi il posizionamento dei giocatori è determinato dalla posizione della palla e dei compagni, in maniera che la squadra sia sempre compatta e che le distanze reciproche siano sempre rispettate.

Si tratta di un sistema di gioco che prevede elevati automatismi da parte della squadra che lo mette in pratica, a partire dal pressing che deve necessariamente essere portato in maniera coordinata da tutta la squadra al fine di non lasciare scoperte porzioni di campo.

L’introduzione della zona portò a infiniti dibattiti tra “zonisti” e “catenacciari” nell’Italia che da sempre prediligeva un gioco più difensivo.

Il passaggio alla difesa a zona non fu sempre assimilato alla stessa velocità dai vari giocatori e allenatori, portando spesso a svarioni difensivi che facevano il gioco dei sostenitori della vecchia difesa a uomo, considerata più pratica e meno pretenziosa di quella a zona.

Le varie modifiche regolamentari apportate al gioco negli anni ’90 hanno però facilitato una transizione sempre più decisa verso la zona, anche se spesso rielaborata secondo uno spirito più conservatore.

La zona sui calci piazzati

Le ibridazioni maggiori si notano sui calci piazzati: in queste situazioni si ricorre spesso alle marcature a uomo, dettate anche dalle caratteristiche fisiche dei vari giocatori. Al di là delle situazioni tattiche infatti nel caso di calci d’angolo o di punizione l’altezza è un elemento fondamentale nella marcatura.

Nei calci d’angolo prevale abitualmente una situazione mista, in cui alcuni uomini presidiano spazi specifici (in particolare in corrispondenza dei pali della porta), mentre i difensori maggiormente strutturati dal punto di vista fisico marcano gli avversari.

Nei casi dei calci di punizione dalla trequarti invece si tende a difendere a zona, con l’obiettivo di mantenere la linea difensiva alta e cercare di far finire in fuorigioco gli avversari.

Il calcio di oggi: vantaggi e svantaggi di difendere a uomo o a zona

Al giorno d’oggi la difesa a uomo come era intesa nel passato è praticamente scomparsa, ma non si è nemmeno passati ad una scientifica applicazione della difesa a zona.

Citando il generale prussiano von Moltke, “nessun piano sopravvive al contatto con il nemico”, per cui tutti gli allenatori di successo adattano i loro schemi sulla base degli avversari.

Se da un lato le difese a zona sono meno dispendiose dal punto di vista fisico e offrono la possibilità di avere la squadra già schierata per la ripartenza in caso di recupero palla, dall’altro costringe giocoforza a lasciare maggiormente scoperte determinate porzioni di campo.

Più i giocatori saranno vicini e compatti, maggiore sarà lo spazio lasciato a disposizione degli avversari all’esterno del proprio blocco difensivo.

È comune quindi vedere delle soluzioni ibride, per cui alcuni giocatori presidiano una zona di campo, all’interno della quale effettuano una stretta marcatura a uomo dell’avversario di turno che vi entra.

I moderni meccanismi di pressing delle maggiori squadre europee funzionano così, con i giocatori che aggrediscono immediatamente il portatore di palla che entra nella loro zona di competenza.

È facile vedere anche marcature a uomo riservate a determinati giocatori offensivi mentre il resto della squadra applica una difesa a zona. 

Negli anni del Barcellona di Guardiola molti allenatori hanno fatto ricorso ad una marcatura a uomo fissa per limitare l’azione di Leo Messi nel ruolo di falso nueve, così come oggi vediamo una squadra come l’Atalanta insistere su duelli individuali a tutto campo, ricorrendo però anche a scambi di posizione che garantiscono una copertura “a zona mentre si effettua la marcatura “a uomo.

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