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Viaggio nella crisi Barcellona

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Cosa è successo al Barcellona?

Nella serata di lunedì la squadra blaugrana ha festeggiato un pareggio ottenuto contro il modesto Granada dopo 87 minuti di assedio, in una partita in cui sono stati costretti a schierare due 17enni (Alex Balde e Gavi) e un 18enne (Yusuf Demir).

Pareggio arrivato solo facendo giocare due centrali difensivi come Piqué e Ronald Araujo in posizione di centravanti a ricevere cross buttati in area, una sorta di bestemmia per un club che ha sempre fatto della qualità tecnica il suo marchio di fabbrica. 

Solo 6 anni fa sconfiggevano la Juventus di Allegri nella finale di Champions League di Berlino, sollevando la sua quinta Coppa dei Campioni: da allora il club catalano ha conquistato per 3 volte la Liga Spagnola, oltre a laurearsi Campione del Mondo per Club e a sollevare 4 Cope del Rey e 3 Supercoppe di Spagna.

Tutti successi che hanno mascherato una profonda crisi che è deflagrata in tutta la sua gravità quest’estate,  

Alle origini di una crisi tecnica e economica 

Il Barcellona di Luis Enrique che nel 2014/15 vince la Champions League coronando un secondo triplete aveva già salutato nell’anno precedente una colonna della squadra come Carles Puyol, e dopo quella finale deve dire addio ad un’altra leggenda del club come Xavi.

Viene ceduto anche un altro prodotto della Masia come Pedro, che si trasferisce al Chelsea, mentre vengono spese cifre importanti (più di 50 milioni complessivi) per due giocatori come Arda TuranAleix Vidal, il cui rendimento negli anni successivi sarà decisamente deficitario.

blaugrana non riescono a ripetersi in Champions League, eliminati dall’Atletico Madrid, ma vincono nuovamente la Liga, oltre al Mondiale per Club, la Supercoppa Uefa e la Copa del Rey. 

Mentre pilastri della squadra come Pedro, Dani Alves e Javier Mascherano salutano la squadra, altri milioni vengono spesi per giocatori non propriamente all’altezza della maglia blaugrana come André Gomes, Paco Alcacer, Samuel Umtiti, Lucas Digne e Jasper Cillessen. Sono circa 120 i milioni spesi in quella che sarà l’ultima stagione con Luis Enrique in panchina che si conclude con un secondo posto nella Liga e la vittoria di Supercoppa Spagnola e Coppa del Re. 

L’addio di Neymar, i soldi incassati e quelli sprecati

L’anno in cui i problemi del Barcellona iniziano a palesarsi è quello successivo: il Paris Saint-Germain decide di investire una cifra folle, 222 milioni di euro, per pagare la clausola rescissoria di Neymar Jr., il terzo componente del devastante tridente blaugrana MSN, ovvero Messi, Suarez e Neymar.

Stella in ascesa del calcio brasiliano, nei piani degli emiri qatarioti proprietari della squadra parigina, Neymar dovrebbe diventare il giocatore più famoso al mondo una volta tramontata la stella di Messi e Cristiano Ronaldo ed essere così anche il miglior testimonial per i Mondiali del Qatar del 2022. Le previsioni degli emiri non saranno così precise, ma questa è un’altra storia. 

Il Barcellona si ritrova sì scippato di uno dei suoi migliori talenti, ma allo stesso tempo con una disponibilità economica senza precedenti, frutto non solo della cessione record del brasiliano ma anche degli introiti in continua ascesa degli anni precedenti.

Con tutti questi soldi in cassa e la necessità di rimpiazzare, anche dal punto di vista mediatico, un giocatore come Neymar la dirigenza blaugrana inizia a spendere senza un criterio.

135 milioni per il giovanissimo Ousmane Dembélé dal Borussia Dortmund (che si passerà più tempo infortunato a giocare ai videogame che sul campo), altri 135 per Philippe Coutinho dal Liverpool, 40 milioni per Paulinho dai cinesi del Guangzhou, 35 milioni per Nelson Semedo dal Benfica…  

La gestione societaria di Josep Maria Bartomeu si è resa protagonista di innumerevoli sprechi di denaro anche negli anni successivi: 120 milioni nell’estate 2018, per il quartetto composto da Malcom, Vidal, Lenglet e Arthur mentre una leggenda come Andres Iniesta si trasferiva gratuitamente in Giappone.

Nel 2019, fallito il tentativo di riportare in Catalogna Neymar, il Barcellona ha speso 120 milioni solo per strappare Antoine Griezmann all’Atletico Madrid, acquisto che si è rivelato a dir poco incauto dal momento che nell’ultimo giorno di mercato di quest’anno il francese ha fatto ritorno alla sua vecchia squadra, sulla base di un prestito con riscatto per una cifra complessiva di circa 60 milioni, praticamente meno della metà di quanto è stato pagato. 

In tutto questo le cessioni hanno quasi sempre fatto registrare minusvalenze, e con il ritorno alla presidenza di Joan Laporta, l’ex presidente estromesso nel 2010 per irregolarità nella sua rielezione, sono venute alla luce, oltre a  varie irregolarità nella gestione economica, un sistema di gestione dei contratti assolutamente ingestibile, con i giocatori più vecchi legati al club da contratti lunghi e onerosissimi, mentre ai giovani sono stati proposti contratti di breve durata che si sono dovuti giocoforza ridiscutere sempre al rialzo. 

Le casse prosciugate dal Covid e dagli ingaggi folli

Dopo un anno e mezzo di pandemia globale, i mancati incassi del Camp Nou, lo stadio più grande d’Europa che sfiora i 100mila posti disponibili, hanno causato una perdita economica insostenibile per il club, che registra ormai un passivo che supera il mezzo miliardo di euro.  

Per potersi permettere di tesserare i nuovi acquisti, Depay, Aguero ed Eric Garcia, rigorosamente a parametro zero vista la crisi di liquidità, i limiti salariali della Liga hanno imposto la partenza di altri elementi dall’ingaggio oneroso, come appunto Griezmann e altri giocatori pagati fior di milioni solo un anno prima come Trincao e Pjanic, ceduti in prestito gratuito all’estero, ma anche Luis Suarez e Ivan Rakitic nella stagione precedente, così’ come innumerevoli giovani prodotti della cantera svenduti a cifre quasi irrisorie. 

Addirittura il simbolo del Barcellona degli ultimi 20 anni, Leo Messi, ha lasciato la squadra perché il suo stipendio non poteva più essere sostenuto dal club, dal momento che per le regole del salary cap della Liga non avrebbe potuto rinnovare per una cifra inferiore alla metà del suo ingaggio precedente, una cifra che sarebbe stata comunque troppo per le disastrate casse blaugrana. 

Una crisi diventata in breve tempo anche tecnica  

Nonostante il disastro economico, il livello dei giocatori del Barça si è comunque mantenuto su buoni livelli.

Quello che è mancato dopo l’addio di Luis Enrique è stata una guida tecnica carismatica e capace. Nonostante Ernesto Valverde abbia ottenuto buoni risultati in campionato, non è mai riuscito ad entrare in sintonia con i big dello spogliatoio, Messi in testa, e i suoi successi sono da imputare maggiormente alle straordinarie qualità individuali dei giocatori a disposizione che alla guida tecnica. 

Non a caso in campo europeo, quando il livello delle avversarie si è alzato sono arrivate sempre umiliazioni a ripetizione per i blaugrana, culminata nel clamoroso 8-2 incassato dal Bayern Monaco nell’estate 2020, che ha segnato in maniera irreversibile le sorti del successore di Valverde, Quique Setien, e innescando una reazione a catena facendo esplodere tutte le tensioni tra spogliatoio e dirigenza che ha visto Messi minacciare di lasciare il club (cosa che invece farà a malincuore nella stagione successiva) e tornare alla presidenza Laporta. 

Per cercare di risollevare le sorti blaugrana viene chiamato un tecnico che da giocatore è stato un pilastro del Barcellona, segnando il gol che consegnò ai catalani la loro prima Coppa dei Campioni nel 1992: Ronald “Rambo” Koeman. Il tecnico olandese deve fronteggiare una prima stagione in cui perde un attaccante come Luis Suarez e e deve fare i conti con l’insofferenza di Leo Messi verso la presidenza Bartomeu.

Con il ritorno di Laporta ai vertici del club l’atmosfera si fa meno pesante, ma lo scoppio della crisi economica costringe Koeman a dover schierare sempre più ragazzi della squadra B, viste le partenze e gli infortuni. 

Koeman e il tentativo di affidarsi all’orgoglio culé

L’inizio della prima stagione senza Messi non è stato così pessimo, grazie all’apporto di un attaccante di qualità e volenteroso come Memphis Depay, ma alla prima sfida di livello, contro il Bayern Monaco in Champions League, i blaugrana mostrano tutti i propri limiti, perdendo in casa per 0-3 senza mai riuscire a tirare in porta per tutto l’arco della partita. 

In particolare nel reparto avanzato, dove Ousmane Dembélé non ha mai avuto continuità e Coutinho sembra un lontano parente del giocatore ammirato a Liverpool, pesano a dismisura gli infortuni del giovane gioiello Ansu Fati e dell’onesto Martin Braithwaite, giocatore arrivato a mercato chiuso grazie ad una deroga per sostituire Dembélé dopo uno dei suoi innumerevoli infortuni e sempre visto come una soluzione temporanea non all’altezza della maglia blaugrana.

Oggi come oggi anche lui appare fondamentale in una squadra che non possiede più alcuna certezza, tra il declino di uomini un tempo decisivi come Sergio Busquets e Gerard Piqué e la mancanza di maturità dei troppi ragazzi gettati nella mischia per necessità. 

Non è per niente facile quindi riuscire a mettere in campo una squadra che alla qualità, che in realtà non manca, unisca continuità ed intensità. Lo spettro di Leo Messi continua ad aleggiare sul reparto avanzato del Barcellona,  

Ci sono speranze per il futuro? 

Per poter sperare di superare questa crisi nerissima, il club blaugrana deve affidarsi ai due elementi che più di ogni altro hanno caratterizzato la sua storia: la Masia e gli olandesi.

I giovani presenti nella rosa del Barça, cresciuti in casa come Ansu Fati o prelevati giovanissimi come Pedri, sono gli elementi che possono assicurare un futuro sostenibile al club, che non può più permettersi le spese folli degli anni passati. 

Nonostante la giovanissima età, questi due giocatori sembrano aver dimostrato di poter reggere la pressione ed essere i pilastri di una ricostruzione, così come altri giovani difensori come Oscar Mingueza e Ronald Araujo stanno dimostrando un po’ alla volta di poter tranquillamente giocare in Liga. 

Quello che manca però è la tranquillità che hanno avuto i loro predecessori: gli inserimenti in prima squadra dei vari Xavi, Iniesta, Oleguer, Pujol, Busquets e compagnia è sempre stato graduale, lo stesso Leo Messi è entrato in prima squadra come rincalzo dei vari Deco, Ronaldinho e Giuly.

Oggi il 18enne Yusuf Demir, appena arrivato dal campionato austriaco, si ritrova immediatamente il peso dell’attacco bluagrana sulle sue spalle giocando nella posizione che era di Messi, un paragone che schiaccerebbe chiunque.

In questo primo scorcio di stagione, le maggiori note positive provengono da Memphis Depay, l’attaccante olandese arrivato a parametro zero dal Lione, che sembra avere il carattere per reggere la pressione.

Il blocco degli olandesi al Barça in questo momento vede anche il centrocampista Frenkie de Jong, l’omonimo attaccante Luuk de Jong e il terzino Sergino Dest (con il doppio passaporto statunitense).  

La maglia del Barcellona ha sempre significato molto per i giocatori olandesi, che la ricollegano sempre al loro totem nazionale Johann Crujiff e c’è da sperare che Depay diventi il leader in grado di trascinare i suoi connazionali e di ispirare i giovani.

Il futuro di un altro olandese, Ronald Koeman, invece sembra decisamente meno roseo: il gioco latita e la squadra vive su estemporanee fiammate di orgoglio.

Per poter risalire la china la dirigenza dovrebbe puntare su un progetto tecnico finalizzato alla crescita dei giovani, in maniera simile a quanto fatto dal Chelsea negli anni scorsi a causa del blocco del mercato.

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