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Athletic Bilbao: storia di pallone e orgoglio

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Quale inglese si azzarderebbe mai a chiamare, fosse anche per sbaglio, soccer “the game of football”? La risposta c’è, a dire il vero, ma ribalta la domanda: solo un inglese fuggito dall’Inghilterra, cioè un americano, chiamerebbe soccer il football. Allo stesso modo, quale basco oserebbe mai nominare il sacro Athletic Club confondendolo, più o meno inconsciamente, con l’Atletico?

La vera squadra di Spagna

Eppure, la storia ci costringe già a fermarci su questo dettaglio a prima vista insignificante. Sì, perché l’Atletico (de Madrid) ha molto a che fare con l’Athletic (de Bilbao). È il 1903 quando, proprio nell’attuale capitale spagnola, viene fondata una squadra satellite del club di Bilbao. Il nome è quello di Athletic de Madrid, in origine. I più tardi chiamati Colchoneros, nome col quale oggi sono conosciuti a livello mondiale, nascono in quell’anno per iniziativa di alcuni studenti baschi residenti a Madrid.

L’Athletic de Madrid nasce, allora, come autentica succursale della squadra del nord di Spagna che, si badi bene, è la vera squadra di Spagna. Per un curioso intreccio del destino, sarà proprio l’Atletico Madrid, nel 2012, ad impedire all’Athletic Club di conquistare il primo trofeo europeo della propria storia, l’Europa League; il risultato, di 3-0 per i Colchoneros, non lascia spazio a dubbi di sorta.

Ma torniamo un momento a quella frase, appena pronunciata, e apparentemente esagerata: l’Athletic è la vera squadra di Spagna. E il Barcellona? E il Real Madrid? La storia dice che l’attuale Copa del Rey, una competizione che ha perso il suo fascino e il suo prestigio originari, l’allora nota come Copa de la Coronaciòn, viene conquistata al suo primo apparire sulla scena proprio da un club basco, e per la precisione dal(la) Bizkaia.

Tanta cacofonia scandisce le sillabe di questa squadra, quanta gloria essa si porta dietro. Il (la?) Bizkaia è infatti la squadra che unisce il Bilbao Football Club e l’Athletic. L’unione nasce nel momento in cui ci si rende conto che questa regione è così ricca di talento, ha due squadre così forti, che unire le forze è il modo migliore di selezionare i giocatori più forti di ambedue le compagini.

Ma c’è un’altra ragione, se vogliamo più profonda. L’anno in cui il calcio attecchisce a Bilbao è il 1898. È un periodo nel quale il football si sta diffondendo a macchia d’olio in tutta Europa; non sono passati poi tanti anni da quando gli inglesi, per la prima volta nella storia, decidono di dargli vita. Inglesi, d’altra parte, sono gli stessi uomini di porto che, a Bilbao, scendono dalle navi provenienti dal Regno Unito. Il legame tra il calcio basco e quello inglese è più forte, dunque, qui che altrove.

Orgoglio basco

L’aspetto interessante di questa storia, però, non risiede nella fondazione del football basco, quanto nell’autoctonia del football d’Euskal. Andiamo con ordine. Il territorio che dobbiamo delimitare si trova nell’Hegoalde, noto anche come Paese Basco meridionale, geograficamente formato dalla regione della Navarra e dalla Comunità autonoma dei Paesi Baschi.

Questa porzione di terra è sotto la giurisdizione spagnola dell’Euskal Herria e dell’Iparralde, noto anche come Paese Basco settentrionale o Paese Basco francese, che è la regione sotto amministrazione francese di Euskal Herria. Parlare di football d’Euskal è dunque niente più che una licenza poetica che, in chi scrive, tradisce più l’imbarazzo dell’ignoranza che l’elevatezza di uno stile sicuro delle proprie fonti.

La verità è che parlare di calcio basco è difficilissimo, e per almeno due ragioni. In primo luogo, come abbiamo appena rilevato, la zona spagnola è tanto importante quanto quella francese o, perlomeno, non possiamo escludere l’una appannaggio dell’altra. Esse convivono più o meno pacificamente.

L’altro motivo va cercato nell’incredibile unicità dell’Athletic Club, squadra che, come è noto, dal 1911 (anno in cui viene accusata di avere due inglesi in rosa – vero in parte, dal momento che i due vivevano ormai stabilmente in Spagna), non accetta nella propria rosa giocatori provenienti dai confini esterni al territorio basco. Athletic, dunque, solo Athletic. Altro che campanilismo; qui parliamo di un’aderenza così profonda al proprio territorio che ogni definizione sfugge per principio alla storia. E la storia racconta che l’Athletic, insieme al Barcellona e al Real Madrid, è l’unica squadra di Spagna a non essere mai retrocessa nella Segunda Division.

Simboli di un popolo

L’Athletic Club è un sentimento. L’aderenza al proprio territorio rimanda, necessariamente, all’aderenza al proprio stadio. È qui, al San Mamès, soprannominato La Catedral, che l’Athletic fonda i propri successi. È questo lo stadio più antico di tutta la Spagna. Vero e proprio monumento del futbol spagnolo e di quello basco. Edificato nel 1913, dunque a 15 anni esatti dall’approdo del football in terra basca, sorge in precedenza di una chiesa dedicata proprio a Santo Mamès, Mamete di Cesarea, cristiano martirizzato e dato in pasto ai leoni i quali, però, si rifiutano di cibarsene. E i Leoni è proprio il modo in cui i tifosi dell’Athletic Club vengono chiamati.

Leoni come Rafael Moreno Aranzadi, detto Pichichi. Sì, quel Pichichi da cui ha preso poi il nome il premio riservato al miglior capocannoniere di Spagna.

Quel Pichichi che, dopo aver vinto in pochi anni di carriera ciò che molti non possono vantare in un’intera carriera, è portato via non dal tempo, che risolve ogni cosa, ma dal tifo, contratto in una forma così violenta da fermargli il cuore in pochi giorni. Giovanissimo, di lui è presente oggi una statua all’interno dell’impianto (che dal 2013 ha fatto posto al San Mamès Barrìa, immaginatevi soltanto con quale reazione del popolo basco).

Il capitano della squadra ospite che per la prima volta entra (coi massimi gradi della propria società) sul terreno di gioco del San Mamès, viene accompagnato dal capitano dell’Athletic per lasciare un mazzo di fiori sotto la statua del grande Pichichi. Perché l’Athletic Club della storia non può fare a meno.

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