Ci aspetta una finale con dentro qualsiasi cosa.
Secondo una tradizione popolare che ha le sue origini nella canzone napoletana, il numero 23 rappresenta la buona ventura – altresì nota come fortuna. Da Napoli alla Spagna, per via di quei legami secolari che hanno unito le due terre attraverso la dinastia dei Borbone, fino all’Argentina, terra che finì proprio sotto il dominio della marineria spagnola – dacché quella portoghese era sbarcata in Brasile e quella inglese nel Nord del continente.
Entrambe queste culture, certo oggi diversissime tra di loro, parlano lo stesso idioma. Non solo linguisticamente, come è chiaro, ma a livello di folklore popolare. Qualcosa sul lato fascinoso del numero 23 si trova in effetti anche in alcuni testi popolari argentini, non solo spagnoli.
Argentino è stato il calciatore più forte della storia: argentino è pure quello che ormai lo ha superato – o quantomeno raggiunto. Ma spagnolo è il destino di entrambi questi numeri 10, Diego e Lionel. Entrambi iniziarono col Barcellona, uno come via per la gloria, l’altro come sostanza di gloria. Rimane il fatto che se non ci fosse stato Guardiola, uno spagnolo, a guidare quel Barcellona di Messi, non avremmo avuto neanche la Spagna campione del mondo e due volte campione d’Europa tra il 2008 e il 2012, passando per Sudafrica 2010.
Argentina e Spagna hanno un destino comune e intrecciato. 23 è il numero d’edizione di questo Mondiale: il 23esimo della storia. Sarà un colpo singolo, geniale, quello che spezzerà un destino altrimenti già segnato e troppo predestinato. Cerchiamo di capire come.
Le info utili per seguire l’incontro
Argentina v Spagna si gioca domenica 19 luglio, alle ore 21:00 (italiane). La finalissima del Mondiale andrà in scena al MetLife Stadium, New Jersey. Sarà visibile in chiaro sulla Rai e in streaming su Dazn.
L’arbitro dell’incontro, scelto dal presidente della commissione arbitri della FIFA Pierluigi Collina, sarà lo sloveno Slavko Vinčić. Il fischietto nativo di Maribor sarà coadiuvato dai connazionali Tomaz Klancnik e Andraz Kovacic. Il quarto uomo sarà il giordano Adham Makhadmeh. Fischietto internazionale del 2010, Slavko Vincic, che ha accolto con le lacrime la chiamata, ha già diretto due finali nel corso della sua carriera: nel 2022 fu scelto per quella di Europa League tra Eintracht Francoforte e Rangers, due anni dopo invece per quella di Champions League tra Borussia Dortmund e Real Madrid.
I signori degli anelli
Piccola curiosità – bella, a differenza dei 30 minuti di intervallo tra primo e secondo tempo, per le esibizioni canore: i vincitori del torneo riceveranno degli anelli celebrativi personalizzati, portando così nel calcio mondiale una delle tradizioni sportive americane più iconiche di sempre.
Ogni anello farà parte di un’edizione limitata di soli 2.026 pezzi numerati singolarmente, un omaggio diretto all’anno del torneo. Di questi, 30 saranno consegnati alla squadra vincitrice, mentre i restanti 1.996 saranno messi a disposizione dei tifosi di tutto il mondo come prodotto ufficiale con licenza FIFA.
L’Argentina: una squadra mistica
Molto si può dire, e lo si deve anche, sulla forza tecnica dell’Argentina. Un Lionel Messi che sembra aver sospeso il tempo, tornando persino indietro a livelli che non vedevamo forse da 7/8 anni – persino anteriori al Mondiale qatariota. Un Lautaro Martinez che entra dalla panchina e decide, con grande umiltà e dedizione alla causa. Julian Alvarez, quando occorre, a togliere le ragnatele dall’incrocio dei pali. L’esperienza di Paredes, Otamendi, Romero. La qualità di Enzo Fernandez a centrocampo e di MacAllister al suo fianco.
Le letture di Martinez, le parate dell’altro Martinez. E poi la materia grigia di Lionel Scaloni, stesso nome del capitano e stella della Seleccion, padre putativo – ed ex-post – del fuoriclasse assoluto, del mito vivente Messi. Ma pure di una squadra che ha saputo rendere unita come nessun’altra al mondo. In grado, al di là del dato tecnico e tattico, di rimontare – solo in questo Mondiale: ben tre volte – quando nessuno da casa o dal vivo ci avrebbe creduto, se non loro.
In grado di farsi forza nella difficoltà, di unirsi intorno al proprio leader, di toccarlo in tono carismatico per procedere al miracolo – la cui attestazione è sempre una partita di là da venire: in attesa della finale – quale? Non era Qatar, l’ultimo palcoscenico dell’atto argentino e messiano?
La Spagna: una squadra filosofica
Se possiamo definire l’Argentina una squadra mistica – con tutto il riduzionismo che una qualsiasi definizione calcistica porta con sé – dobbiamo definire filosofica quella spagnola.
De La Fuente, allenatore delle Furie Rosse, nel post-partita del 2-0 contro la Francia, ha sottolineato la forza di un gruppo straordinario di calciatori e uomini, ma il modo in cui la Spagna è arrivata alla finale è assai diverso da quello argentino. Certo, l’elemento garra non manca neanche agli spagnoli, ma è lampante la differenza qualitativa del gioco che la Spagna, dimostrando contro la Francia, ha di fatto rispetto a qualsiasi altra squadra nazionale a livello mondiale. Tutto sta nel capire se questo elemento sia sufficiente a mandare fuori giri una Nazionale, come quella argentina, in grado di sorprendere ad ogni occasione una volta di più.
Le trame spagnole, coadiuvate dall’immortale Rodri, tornato lui come Messi a livelli regali, ma anche dalla qualità di Dani Olmo, Pedri, Fabian Ruiz – troppo sottovalutato, ma non da De La Fuente –, Merino, e via discorrendo, ancora attendono l’esplosione di Yamal, uno degli eredi di Messi – che inconsciamente lo battezzò molti anni fa a Barcellona, come testimoniano alcune celebri foto dell’archivio blaugrana.
Se Lamine sta riservando le energie per una sfida: è il momento di tirarle fuori. Con lui la qualità di Oyarzabal, ma anche gli ingressi energici di Ferran Torres e i dribbling di Baena. Nonché la difesa di Laporte e Unai Simon, la qualità impressionante di Cubarsi (19enne) e il supporto tecnico e tattico di Porro e Cucurella sulle fasce. Sarà una finale imperdibile: perché dentro c’è tutto questo e molto altro ancora.


