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Nell’aria, l’olezzo di gasolio, il fragore di un applauso che non smette di esistere, il brusio delle moto che aprono il gas. La marcia funebre, in quel 27 ottobre 2011, è un’immagine che non se ne andrà mai: il lento scorrere della folla, i fiori bianchi, il popolo di Coriano e chi era arrivato praticamente da ogni parte d’Italia. Tutti in fila silenziosa per salutare Marco Simoncelli, avvolgendolo d’affetto e di sgasate. Quello che SuperSic, così com’era chiamato ovunque, amava di più.

Se n’era andato la precedente domenica, a soli 24 anni, ed era accaduto a Sepang. In Malesia, un incidente brutale gli ha inferto un colpo troppo duro da sopportare. Anche per un combattente come Marco. “La vita ha senso solo se la trasformi in qualcosa che ami. Lui l’ha fatto fino alla fine. Se n’è andato felice”, la consolazione di suo padre Paolo, con uno sguardo dolcemente triste.

Chi era Sic

Era pazzo della velocità e per la velocità. A volte un ribelle. Andava sempre al limite, in pista, dove spesso sfiorava gli oneri del controllo suo e della moto che guidava da talento puro e crudo. Una tragedia che lasciò inermi e in preda a un magone come pochi. Perché Sic era Sic, soprattutto in Italia.

Uno che faceva discutere in ogni senso: per attitudine, per carisma, per carattere. Non lasciava indifferente nessuno, all’interno del paddock di quella carovana chiamata motociclismo. In pista si muoveva guidato dai suoi istinti, fuori da quella si segnalava per l’identità, per l’allegria che irradiava.

Una roba tipicamente nostrana, se ci si pensa. E non a caso suo intimo amico era Valentino Rossi, che con la sua Ducati fu fregato dal destino: con Marco a terra, Vale non riuscì a evitare il contatto. Mantenne l’equilibrio, ma capì subito la gravità di quanto accaduto: si girò e vide Sic, inerme, steso sulla pista piena di detriti e pericoli. Rossi si portò le mani alla testa, tre curve dopo scese dalla Desmosedici: voleva sapere come stesse, Marco. Per lui, il suo più degno successore. L’ultimo di cui voleva sentire la più terribile delle notizie. Fu un dolore straziante. E sconsolato, passò l’intero pomeriggio a piangere tra le mura del suo box.

Venne al mondo a Cattolica, Simoncelli. Una piccola città accanto al circuito di Misano, e per questo anche vicina a Urbino, a Vale Rossi. Con quest’incentivi, la febbre della moto non tardò a contagiarlo. Nel 2002 fu campione d’Europa nella categoria 125, un anno dopo saltava già nel mondiale della stessa categoria. Nel 2006 arrivò in 250, due anni e divenne campione. Il destino: la più grande gioia fu proprio a Sepang.

Predestinato

Il 2008 fu la stagione della svolta. Arrivò in MotoGP, grazie all’aiuto di Fausto Gresini, poi iniziò a farsi crescere i capelli. Tratto distintivo al massimo, quei ricci che gli cadevano lungo le spalle e gli davano un’aria scanzonata, un volto di ragazzo, l’espressione di qualcuno con cui puoi passare un pomeriggio senza pensare al resto. Da allora cambiarono un po’ di cose: due poles, tanto per iniziare, poi sette volte in prima fila. Gli mancò solo la vittoria.

Chi va sempre al limite sembra non conosca mai cosa sia la paura. Non era il caso di Sic. Il pilota era incapace di avvicinarsi a un ago, o anche di vedere un film horror. ‘Poi non sto tranquillo a casa’, le spiegazioni e i gesti, sempre accompagnati da un sorriso.

Con il suo andare ciondolante, si evidenziava dal resto del gruppo per la sua stazza e per la peculiare pettinatura: all’inizio il solito gli andava stretto, per questo faceva fare il casco sempre una taglia più grande. Il suono della sua risata lo accompagnava continuamente. Marco era una persona felice, amabile, tranquilla al di là della pista. E quel carisma così caratteristico si trasformava in pura aggressività quando saliva in sella alla sua moto.

Proprio il suo stile di pilota era il punto attorno a cui si faceva più polemica. La sua storia, nelle diverse categorie del mondiale di motociclismo, si poteva raccontare attraverso gli scontri che ha vissuto con i piloti di tutti i team: da Bautista a Pedrosa, passando soprattutto per Lorenzo.

Del resto, le carenze della moto andavano sopperite con il talento e la sua immaginazione. E non poteva mai sfuggire alla sua essenza: pilota molto rapido, amante del corpo a corpo, del limite tra il bene e il male con il ginocchio largo per prendere meglio la curva. Lo stesso Sic ha spesso riconosciuto il problema: “Devo pensare di più, riflettere sulle cose. Solo così sarò più lucido”. Quel che è certo è che l’eccesso di rischio l’ha sempre spinto oltre l’ostacolo. Così come la voglia di emergere a ogni costo.

Il dolore

In un mondo dove esistono pochi amici veri, figuriamoci nella massima categoria del motociclismo, Simoncelli incontrò un ragazzo come lui. Italiano, carisma straripante, nove volte campione del mondo. Vale Rossi non fu solo il suo padrino e consigliere, fu suo amico. Dividevano il preparatore fisico, andavano insieme in palestra, si scontravano nel ranch di Rossi con le moto da cross… vivevano a meno di dieci chilometri di distanza. Marco idolatrava Valentino e quest’ultimo provava a trasmettergli la saggezza di chi ha avuto una traiettoria lunghissima.

Il sogno di questa ‘coppia’ italiana era condividere anche un box, una squadra in MotoGP. E in molti segnalavano Simoncelli come perfetto erede del fuoriclasse col 46, nonostante le parole dei detrattori, quelle mille cadute. Era una questione di carisma.

Nessuno dimenticherà mai il 23 ottobre del 2011. Sic era stato il più veloce nelle prove libere, in quella domenica partiva quinto. In quei due effimeri giri, Marco e Alvaro Bautista deliziarono il pubblico con sanissimo motociclismo. Cinque secondi per prendergli la posizione e Simoncelli finisce quarto, sorridendo di divertimento e ruggendo d’ambizione.

Il giro nuovo, le gomme che perdono aderenza e il destino che taglia il filo della sua vita. Se n’è andato facendo ciò che amava: la consolazione di papà Paolo è quella di tutti noi.

Ma non chiedeteci di dissipare il dolore: non è possibile. Ancor meno a un passo dalla Malesia, da Sepang, da ciò che è stato e non è più. Resta un esercizio di ricordo, questo GP. E per quanto il sorriso di Marco scaldi il cuore, è un lutto che il paddock porterà in eterno con sé.