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L’Esports Nations Cup 2026 si sta rapidamente definendo come uno dei progetti più ambiziosi mai realizzati nel panorama globale dei videogame competitivi. Annunciata ufficialmente all’inizio dell’anno come evento biennale per nazioni, l’ENC rappresenta un cambio di paradigma rispetto ai tradizionali tornei di esports dominati da club e organizzazioni private.

Come abbiamo già riportato, la prima edizione si terrà dal 2 al 29 novembre 2026 a Riyadh, in Arabia Saudita. Il format prevede di 16 tornei. Inizialmente sono stati annunciati solo i nomi di tre eSport, una settimana fa è arrivata la lista completa.

Oltre a Mobile Legends: Bang Bang (MLBB), Dota 2 e Trackmania, all’Esports Nations Cup ci saranno le competizioni di Counter-Strike 2, VALORANT, League of Legends, EA Sports FC, Apex Legends, PUBG, PUBG Mobile, Scacchi digitali (chess.com), Fatal Fury: City of the Wolves, Rainbow Six, Honor of Kings, Rocket League e Street Fighter 6.

Questo è la programmazione di quella che si presenta come la prima grande “Olimpiade degli eSports”:

In parallelo, è stato chiarito anche il sistema di qualificazione, che rappresenta uno dei pilastri del progetto. Durante il 2026 si svolgeranno centinaia di tornei di qualificazione in tutto il mondo, coinvolgendo oltre 100.000 giocatori provenienti da più di 100 nazioni. I posti per la fase finale verranno assegnati attraverso un mix di inviti diretti basati sui ranking internazionali e qualificazioni regionali, con l’obiettivo di bilanciare meritocrazia e inclusività.

Dal punto di vista economico, l’iniziativa si presenta con numeri importanti. Il montepremi complessivo per i giocatori e gli staff supera i 20 milioni di dollari, all’interno di un investimento più ampio di circa 45 milioni. Un elemento distintivo è la scelta di distribuire premi uguali tra i diversi titoli a parità di piazzamento. Tuttavia, essendoci prizepool differenti, il numero dei premiati non sarà lo stesso in tutti i tornei.

L’operazione Esports Nations Cup è frutto degli investimenti voluti dall’Esports World Cup Foundation e sostenuti dal Public Investment Fund saudita, e della collaborazione di numerosi publisher di videogame quali with Electronic Arts, Tencent, KRAFTON, Ubisoft, Moonton, Chess.com e SNK. A questo si aggiungono diverse federazioni e organizzazioni nazionali che stanno entrando nel progetto, segno di una crescente istituzionalizzazione degli esports a livello statale.

Non tutti, però, hanno gradito l’idea. Ad esempio negli Stati Uniti, dove gran parte della community videoludica si è dimostrata contraria al coinvolgimento di USA Esports, la Federazione nazionale (fonte esports.net). Il sospetto è che dietro all’Esports Nations Cup – e all’Esports World Cup – si nasconda un caso di “esports washing“, cioè il tentativo del Regno Saudita di usare i videogame competitivi per offrire al mondo un’immagine “pulita”, nonostante la violazione di alcuni diritti fondamentali.

Il sospetto è più che legittimo, ma alla fine il meglio dell’eSport mondiale andrà a Riyadh. Pecunia non olet.

Immagine di testa credits Esports World Cup Foundation

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