Bisogna prendere un attimo il coraggio di raccogliere i pensieri. E poi frenare la pancia. Perché dire quello che dicono tutti ha poco senso, perché aggiungere nel momento in cui tutti danno qualcosa ha ancor meno poter. Sospiro di sollievo e guai a urlare “via tutti“. Perché van via tutti, ma poi chi verrà? Da chi si ripartirebbe? Chi ha, davvero, il coraggio di prendere per mano il sistema Italia e provare a rifondarlo?
La sconfitta – ai rigori – in Bosnia è quella di una squadra schiacciata da tutti. Ognuno di noi è responsabile di quanto accaduto, certo lo sono un po’ di più ct (vecchio e nuovo) e giocatori (quelli sono rimasti gli stessi), ma anche la passione italiana ha finito per dare a questi ragazzi una sentenza inevitabile. Gli ha addossato la sconfitta ancor prima di perdere. Del resto, la Bosnia ha vinto con una partita dura: aveva poco da perdere. L’Italia ha perso di testa, perché aveva tutto da perdere.
A 10 minuti dal Mondiale
Moise Kean ci aveva illuso, ma in generale anche la passione di Gattuso sembrava davvero poter essere una sterzata concreta rispetto alle cervellotiche esclamazioni di Spalletti. Nessun allenatore fa miracoli, il più bravo però è quello che crea, e poi normalizza. Guai a chiedere, soprattutto a questa generazione, di tenere le spalle larghe per reggere i pesi: non riesce, non riuscirà mai. Non ce l’ha fatta con un Mondiale a 48 squadre, figuriamoci nei dentro o fuori. A ogni modo, bisogna anche considerare il “quasi”, l’esser stati a 10 minuti dal tornare a giocarci un Mondiale. E l’ha fatto anche Gravina.
Leggendole con una notte di distanza, quelle parole raccolte nella pancia del catino bosniaco, sembrano follia, attaccamento alla poltrona, invece hanno un fondo di verità. “Voi non avete visto cosa abbiamo costruito”, dice il quasi ex presidente della Figc. E ha ragione: non lo sappiamo. Però qualcosa è stato fatto. Non abbastanza? Evidentemente no. Però non è vero che l’Italia deve essere ricostruita. Anzi: prima abbattuta e poi rifatta.
La gestione dei “responsabili”
Bisogna ricominciare da tre, come diceva Troisi. Perché se qualcosa di buono c’è stato – e sì, sembra impossibile, assurdo, incredibile solo a pensarlo, ma è stato fatto -, andare con il lanciafiamme rischia di creare solamente più fumo, e più macerie, e più difficoltà da cui ricominciare. Per questo non sarebbe allucinante ripartire da Gattuso: ha dimostrato di avere qualcosa per provare a giocarsi l’Europeo. Senza senso sarebbe invece tornare a fidarsi di Gravina, ma non solo per il Mondiale fallito: vale la gestione Spalletti, vale l’esonero ufficiale del ministro Abodi, vale la regola di tutti i dirigenti d’azienda. Lui lo è. Ha fallito. E tornerà a fare altro.
Buffon, poi. Si è speso come nessuno per questa Nazionale: l’immagine del portiere più forte della storia, sconsolato e triste, con gli occhi bassi in conferenza stampa, è passata già alla storia. In cuor suo sa cosa fare, l’ha in fondo già detto: è simbolo del ko tanto quanto Gravina. E saluterà, prima che lo costringano.
Repulisti in rosa? Perché non conviene
Perciò, ecco, occhio a dire “via tutti, tutti indegni”. E no, che non sono tutti indegni. Qualcuno lo è stato, sicuro. Però come si fa a non ricominciare da Bastoni, nel mirino del Barcellona e tra i migliori centrali in circolazione? E Calafiori? E questo Tonali? E la crescita di Locatelli, i gol di Kean, Pio che avrà sempre più spazio? L’Italia ha attraversato un cambio generazionale complicato, però ne sta venendo fuori. L’Europeo è stato un caso, certo. Ma fino a un certo punto: i valori c’erano e Mancini ha fatto il resto.
Dietro crescono ragazzi e la cura azzurra, affidata a Viscidi, porterà frutti entro i prossimi quattro anni. Bisogna rimettere il pallone al centro del villaggio e salutare chi è giocoforza simbolo di sventura. E di fallimento. Via Gravina, sì. Via Buffon, anche. Via Rino? Pensiamoci. Ma la rosa è questa, bisogna darle fiducia.


