seidel

Erik Seidel story (parte 1): backgammon, trading e Johnny Chan

Share on facebook
Share on twitter
Share on email
Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on telegram
Share on email

313 in the money in 32 anni di tornei live. 4° posto nella all-time money list mondiale, con $37.748.125 accumulati in carriera, senza contare i risultati ottenuti online. 61 anni e ancora la voglia di dare filo da torcere a tutti, comprese le nuove leve dell’online, gli specialisti della GTO e i super high-rollers internazionali. Hall of famer dal 2010.

La carriera di uno dei più grandi giocatori nella storia del poker potrebbe essere sintetizzata da questi numeri. Ma Erik Seidel è qualcosa di più: una persona completa, colta, disponibile, con una predisposizione incredibile per i giochi di abilità.

Nato a New York il 6 novembre 1959, Erik Seidel viene a contatto per la prima volta con il poker ai tempi della High School. Qualche partitella con gli amici, niente di più. Ma il Texas Hold’em non gli viene particolarmente bene: “I was a donkey”, “ero un asino” racconta in un’intervista a PokerNews. E così le carte escono (temporaneamente) dalla sua vita. Non le rivedrà nemmeno durante il periodo all’Università (segue un percorso di studi umanistici), dove però il giovane Seidel incontrerà un altro gioco, fatto di pedine e dadi.

Siamo più o meno all’inizio degli anni ’80 quando il futuro professionista di poker viene introdotto nel leggendario Mayfair Club, un circolo dove si gioca principalmente a bridge e backgammon. Seidel si innamora subito del secondo: “Adoravo giocare a backgammon che, tra l’altro, in quel momento andava di moda a New York. Al Mayfair c’era sempre qualcuno che ci giocava. Ho iniziato subito a vincere soldi”. Oltre a backgammon e bridge, però, al Mayfair si intravede già qualche sporadica partita di poker.

In quel periodo il club è una vera e propria palestra per chi ama il gioco a 360°. E a Seidel interessa apprendere bene la tecnica del backgammon, anche perché il Mayfair è frequentato da alcuni grandi campioni della “tavola reale”: ci giocano Dan Harrington (scacchista, teorico del Texas Hold’em e vincitore di due braccialetti WSOP, uno dei quali è un Main Event), il futuro pro di poker Howard Lederer Jason LasterNovember Niner nel 2003 (è l’edizione vinta da Chris Moneymaker). Ma soprattutto c’è il padre del backgammon moderno, il teorico per eccellenza del gioco: Paul Magriel.

Magriel è stato una leggenda del backgammon. Ha letteralmente rivoluzionato il gioco. Il Mayfair in quel periodo ha sfornato i migliori giocatori al mondo perché c’era lui. Tra questi mi piace ricordare Roger Low e Jason Lester”.

Tutte queste menti dedicate al gioco influenzano fortemente l’allora ventisettenne Seidel che è incerto se tornare a studiare. D’altra parte, il backgammon sembra garantirgli un’entrata sufficiente per vivere. Ma non c’è solo quello in ballo nella sua vita, perché al Mayfair giocano anche due operatori finanziari che gli offrono la possibilità di un impiego nella loro azienda di trading. Seidel, nonostante l’innata timidezza che lo condiziona, supera il colloquio preliminare. A quel punto, dopo essersi consigliato con Roger Low che un anno prima aveva fatto un sacco di soldi con la compravendita di azioni, accetta il lavoro. “(Roger Low) Era un tipo in gamba, e mi ha insegnato parecchie cose sul trading. Mi sembrava una cosa sicura, con guadagni regolari. E in effetti è stato così… per tre mesi!”

Il 19 ottobre del 1987 il mondo è scosso da una pesantissima crisi finanziaria. Il cosiddetto “lunedì nero” inizia a Hong Kong e poi colpisce, più veloce di un virus, tutte le Borse del mondo. Quella di New York brucia 500 miliardi in un solo giorno. E’ la crisi peggiore dopo quella del 1929 e quella successiva del 2007-2008. La società per la quale lavora Seidel viene spazzata via. “Mi è sembrato che il terreno franasse sotto i miei piedi, una sensazione molto strana. Ero senza lavoro, in mezzo alla strada. Mi restava solo il Mayfair“.

Seidel ricomincia a giocare, ma questa volta qualcuno lo convince a provare un gioco diverso. E’ la svolta per il poker. “C’era sempre un tavolo aperto e un giorno mi hanno fatto partecipare a una partita. In quel periodo il poker era ancora giocato da player mediocri e questo mi ha dato la possibilità di individuare gli errori da evitare”.

In realtà è lo stesso Mayfair a “preservare” il field dei giocatori, almeno per il primo anno in cui vengono aperti i tavoli da poker. I professionisti infatti non posso partecipare alle partite. L’anno successivo, però, le cose cambiano: il ban viene eliminato e al tavolo si iniziano a vedere gli squali di quel periodo, come Dan Harrington e Howard Lederer. Contrariamente a quanto si possa pensare, questo per Erik Seidel si traduce in un vantaggio. Dopo aver imparato a giocare a backgammon dai migliori, la sua mente è allenata a carpire i segreti dei professionisti. E i risultati si vedono subito.

“Stavo andare molto bene. L’anno prima (il 1987, ndr) Dan e Howard erano arrivati al final table del ME WSOP. Così mi hanno incoraggiato a partecipare, dicendomi: ‘dovresti davvero andare a Las Vegas per giocare le World Series’. Mi è sembrata una cosa eccitante da fare e così ho seguito il loro consiglio”.

null
Dan Harrington (credits Pokernews)

E’ il 1988. Erik Seidel parte da NY alla volta della Mecca del poker, insieme a una dozzina di amici. “Mi sembrava una cosa impossibile. In quel periodo Magriel (anche lui newyorkese, ndr) si era già trasferito là. Mi ricordo di avergli parlato prima dell’inizio del torneo. Mi aveva messo in guardia su Johnny Chan, definendolo il miglior giocatore del mondo. Una cosa che mi è rimasta impressa per tutta la durata del torneo. A New York stavo facendo bene con il Texas Hold’em, ma questa per me era una cosa grossa, ma troppo eccitante per rinunciare”.

Quando Seidel entra nella pokeroom del Binion’s Horseshoe Casino di Las Vegas per giocare il campionato del mondo di poker, è di fatto alla sua prima esperienza in un torneo ufficiale. La sua nuova avventura sta per iniziare e non sarà un’avventura normale. In sala ci sono 166 giocatori, probabilmente tutti più esperti di lui, che hanno pagato 10mila dollari di buy-in. Il primo premio è 700.000 dollari, ma anche solo immaginare di vincerlo vuol dire ipotizzare di battere tanti professionisti del Texas Hold’em. Un nome su tutti, quello di Johnny Chan, “the Master”

(Continua)

Foto di testa: Erik Seidel (credits PokerNews)

Share on facebook
Facebook
Share on twitter
Twitter
Share on email
Email
Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on telegram
Share on email

Articoli consigliati

Nessun articolo Consigliato