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La Ternana in serie A: l’utopia del gioco corto di Corrado Viciani

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Mentre gli Stati Uniti d’America entravano in una folle – come definirla altrimenti – guerra contro il Vietnam, sbocciava il ’68 in tutta Europa, andando a scombinare persino le cravatte così ordinate del Divo Giulio (Andreotti), mentre dunque il mondo si trova come in un turbinio di nuove e contrastanti sensazioni, ecco che in Italia un piccolo miracolo (sportivo) ha luogo: è la Ternana di Corrado Viciani.

Imparare il calcio totale

Terni è una città particolare. Molto simile a Manchester per conformazione, formazione lavorativa – la cui proposta è essenzialmente siderurgica e metallurgica – e spirito di ribellione insito nel cuore dei propri (giovani) cittadini, se ne distingue per un fatto non irrilevante: non ha mai avuto una (due, non esageriamo) squadra di calcio dominante.

Eppure, quando il ’68 è nel pieno della sua tempesta, Viciani porta la Ternana in serie cadetta, proponendo un tipo di calcio che si avvicina molto – a livello ideale, beninteso – a quello innovativo, anzi rivoluzionario, dell’Ajax di Michels, dell’Olanda di Cruyff.

Viciani ha l’occasione di studiarlo ancor più da vicino quando, nel 1969, dopo aver concluso al decimo posto in Serie B, decide di lasciare la Ternana per una sorta di erasmus calcistico.

Studia il calcio olandese, e torna dalla terra dei tulipani nel 1971, con molte certezze e un solo dubbio: come tradurre quel gioco in un campionato ancora così arretrato, catenacciaro e restio all’innovazione come quello italiano?

Soprattutto, vi starete chiedendo: con quale squadra fare ciò? Chiaramente la Ternana, dove Viciani ritorna proprio nel 1971, ma questa volta con l’obiettivo più ambizioso che ci sia: approdare in Serie A.

Concludendo il campionato davanti alla ben più favorita Lazio (che soli tre anni dopo vincerà lo Scudetto), la Ternana diventa la prima squadra umbra della storia ad accedere al massimo campionato di calcio nel nostro Paese. Viciani studia gli olandesi ma il suo messaggio è assai originale: possiamo definire lo studio del “Maestro” col titolo tetico strategia del gioco corto.

Nasce il “gioco corto”

«Avevo degli asini come giocatori, non potevo permettermi lanci lunghi, invenzioni, fantasie. Bisognava correre, fare passaggetti facili facili, sovrapporsi»

CORRADO VICIANI INTERVISTATO DA REPUBBLICA

Al di là dell’appellativo non proprio accomodante nei confronti dei suoi ragazzi, Viciani è a metà dei due Herrera allenatori: ha il coraggio di Heriberto (che con la Samp nel 1972, ma in Serie A, innoverà e sorprenderà il nostro calcio) e il pragmatismo di Helenio.

Sa di non avere giocatori forti e tecnici come quelli olandesi, ma proprio per questo sa anche di dover sfruttare al massimo le loro (umili) caratteristiche.

La strategia del gioco corto consiste, essenzialmente, nell’assenza pressoché totale (esclusi forse i difensori centrali e il portiere) di ruoli fissi e nella ricerca costante dell’appoggio corto. L’espressione lancio lungo è come barrata all’ingresso dello spogliatoio dei suoi ragazzi da Viciani, che non vuole né lancioni né corse inutili. Si sale in 11 e si torna in 11.

Geromel, Mastropasqua, Marinai, Jacolino, Cardillo, sono sì buoni giocatori ma non fenomeni. Come a dire: una formica da sola non combina nulla, ma un formicaio può inghiottire un uomo.

«Il gioco della Ternana dava l’idea di fluire con la semplice naturalezza di una forza della natura. La Ternana sembrava seguire i meccanismi di un orologio svizzero. È il gioco corto, tutti attaccanti e tutti difensori, basato sul moto perpetuo d’interminabili triangoli e rapidissimi passaggi di prima. Un modulo che ha questa particolarità: prima ti appisola, poi ti stupisce ed alla fine ti strappa l’applauso.»

Da uno stralcio del quotidiano “il Messagero”

Qualcuno accusa Viciani di essere un dittatore. Non lascia spazio all’individualità dei singoli, dicono. In Italia storcono quasi tutti il naso, anche perché a quella meravigliosa promozione segue una responsabilità non da poco: mantenere la categoria. La Ternana, detto per inciso, la categoria non la manterrà affatto, ma nessuno si annoierà vedendola giocare quell’anno. A proposito della dittatura, poi, Viciani è ambiguamente ironico:

«Dicono che ho plagiato i giocatori, che ho fatto di loro tanti soldatini di piombo. A me sembrano tutti allegri e soddisfatti. Non danno l’idea di aver messo il cervello all’ammasso. Forse, anzi, si realizzano più così che stando in qualche altra squadra dove le redini sembrano più lente. A parer mio in una squadra bisogna ragionare con una testa sola, quella dell’allenatore. Sennò è il caos. Dicono anche che io instauro una dittatura. Non è vero, e devo precisare che le dittature non mi spiacciono, anche se preferisco Pericle ad Adolfo Hitler.»

Corrado Viciani

D’altra parte persino un maestro del nostro calcio, anzi un genio, come Nereo Rocco, quando la Ternana ospita il Milan alla prima casalinga nel rinnovato stadio Liberati di Terni, avrà a dire al termine dei 90’: «Ci portiamo a casa un pareggio che è pure troppo per noi».

Quello rimane uno dei Milan più forti della storia, ma anche quel Milan fu messo a ferro e fuoco dalla Ternana Viciani – che quasi strappò il punto alla Juventus nello stesso anno, perdendo per 3-2. Una squadra troppo bella per non rubare l’occhio, ma anche troppo innovativa per non cadere sotto i colpi della tradizione – la quale però, ad oggi, ne ricorda ancora il memorabile volo.

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