Wayne Rooney

I Player Manager: una tradizione inglese e ormai fuori moda nel calcio moderno

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La figura dell’allenatore-giocatore è ormai in disuso. Almeno nel calcio che conta.

Eppure, specie negli anni ’80 e ’90 il calcio ha conosciuto più volte questo ruolo particolare di player-manager. Ovvero un giocatore che improvvisamente dalla società veniva investito di pieni poteri anche per allenare la squadra. Una tradizione particolarmente viva in Inghilterra, ma che cozza profondamente nel calcio moderno.

L’ultimo in ordine di tempo è stato Wayne Rooney che tornato dall’esperienza nella MLS si è accasato al Derby County, nel Championship inglese: prima come giocatore e in un secondo momento anche come allenatore. Ma come abbiamo detto si tratta di casi assai isolati.

Nel calcio dei giorni nostri la figura dell’allenatore è diventata troppo centrale, per poter far convivere anche il calciatore. Non solo, ma al fianco dei tecnici sono ormai sempre di più i collaboratori che lo aiutano a gestire il gruppo: dal vice allenatore al tattico, passando per gli analisti video e coloro che recepiscono statistiche sugli avversari. Insomma un vero e proprio gruppo di lavoro che non può permettersi molte distrazioni.

Vediamo allora nella storia del calcio, quali sono stati gli allenatori-giocatori più famosi e quali hanno scritto storie importanti.

Da Meazza a Picchi in Italia

La figura dell’allenatore-giocatore ha trovato pochissimo spazio a livello professionistico in Italia. Ai giorni nostri è ancora viva nei campionati dilettantistici, dove molte società anche per limare i costi assumo giocatori che si avviano alla fine della loro carriera agonistica e hanno discrete capacità a livello di allenatore, pur non avendo ancora svolto il ruolo. Insomma, un discorso più economico che sportivo.

A livello di professionismo, fatto eccezione per alcuni “capitani” promossi durante la settimana a guidare gli allenamenti nell’attesa che le società nominassero il neo allenatore dopo l’esonero del vecchio tecnico, troviamo solo due casi eclatanti a livello italiano. Il primo arriva nel 1946-47, ovvero la prima stagione all’indomani della fine della seconda guerra mondiale. Il calcio, come il paese ha tanti problemi e allora all’Inter richiamano in attacco Giuseppe Meazza, il bomber indiscusso dal 1927 al 1940, per poi eleggerlo anche allenatore.

Il secondo è un giocatore in qualche modo a sua volta legato all’Inter, anche se Armando Picchi ricoprirà la doppia carica di allenatore-giocatore al Varese nella stagione 1968-69 e solo per pochi mesi, nella parte conclusiva del campionato. Insomma nel Bel Paese, non si ama molto mischiare i ruoli. L’allenatore fa il tecnico e il giocatore fa il calciatore: ad ognuno il suo.

Player-Manager: una tradizione tutta inglese

Discorso molto diverso per il calcio inglese che ha adottato la figura del player-manager negli anni ’70 e per circa un ventennio molte società sono ricorse a questo doppio ruolo. Il primo fu Johnny Giles storico vice-capitano e centrocampista di qualità del Leeds di Don Revie. Fu uno dei principali artefici dell’ammutinamento vs Brian Clough.

L’irlandese che stava ormai avvicinandosi alla fine della sua carriera era convinto che il Leeds affidasse a lui la squadra, nella doppia veste di allenatore giocatore. La società invece puntò tutto Clough e il resto della storia lo conosciamo. Nella stagione seguente Giles lasciò i “Whites” e proprio al WBA ebbe l’incarico di player-manager. Vedendo l’ottimo rendimento di Giles, sia in campo e sia sulla panchina, anche la federazione irlandese affidò la doppia veste allo stesso Johnny.

Per un solo punto l’allora “Eire” mancò la clamorosa qualificazione al mondiale del 1978. Giles si dimise all’indomani del mancato pass per la Coppa del Mondo, ma restò sulla panchina del WBA, come player-manager fino al 1980. Una volta appesi gli scarpini al chiodo, il buon Johnny Giles stupì tutti: basta anche con la carriera da allenatore e per oltre 30 anni sarà uno dei commentatori tecnici per BBC Sport.

L’altro caso noto a metà anni ’80 concerne Kenny Dalglish. Pilastro del Liverpool e di gran lunga in giocatore di maggiore qualità dei reds, all’indomani della strage dell’Heysel la società chiese al suo asso di sostituire Joe Fagan sulla panchina, senza ovviamente rinunciare al ruolo di giocatore. Kenny accettò e per due stagioni si divise tra campo e panchina. Poi dal 1988 al 1990 restò ai reds in qualità di manager, portando in bacheca l’ultima First Division della storia del Liverpool nel 1990. Soltanto Klopp 30 anni dopò riuscirà a riportare il club di Anfield Road sul tetto d’Inghilterra.

Il Chelsea e la mania della doppia veste

Un club più degli altri in Inghilterra ha abbracciato per diverse stagioni la figura del player-manager. Stiamo parlando del Chelsea che a cavallo del vecchio e nuovo millennio ha creduto tanto nel doppio ruolo. Il primo fu Gullit che sul viale del tramonto arrivò proprio a Londra con il doppio incarico voluto dal presidente di allora dei blues, Ken Bates. Il 1996-97 si chiude con la vittoria della FA Cup, ma già nella stagione seguente il tulipano olandese venne ben presto esonerato.

Cambio di strategia sulla sponda del Tamigi? Nemmeno per idea, con il presidentissimo Bates che promuove Gianluca Vialli nella doppia veste. L’attaccante italiano sembrava sull’orlo della cessione per problemi con lo stesso Gullit. Ma all’indomani dell’esonero dell’Olandese, Vialli ritrova fiducia e morale. La stagione si chiude con il successo in Coppa delle Coppe e nelle tre stagioni seguenti Vialli resta ben saldo nella doppia veste, portando a Stamford Bridge un’altra FA Cup e una League Cup. Nel 2002 la resa dell’azzurro per troppo stress.

In realtà al Chelsea, seppur per poche settimane, il primo caso di allenatore giocatore si è avuto nei primi anni novanta. Merito di Glenn Hoddle, il quale da player manager portò il piccolo Swindon Town dalla terza divisione alla Premier League in due stagioni. Una sorta di miracolo che attirò le attenzioni dello stesso Chelsea nel 1993. Per qualche settimana Glenn anche nel club londinese si divise tra campo e panchina.

Poi capì che un conto era fare il player-manager allo Swindon e un conto era farlo in un club come il Chelsea. Di conseguenza ancor prima dello start del campionato, chiese alla società di inserire come manager alcuni suoi “collaboratori” in modo di potersi dedicare maggiormente alla figura del giocatore. In due stagioni raccoglierà 31 presenze, anche sé da più parti si vocifera che fosse sempre lui a suggerire ai suoi collaboratori la formazione del Chelsea.

Lombardo, Giggs e Rooney

Sempre a fine anni ’90 un altro caso di player-manager riguarda Attilio Lombardo. L’ex Samp e Juventus, arriva in quel di Londra per giocare con il Crystal Palace. Nonostante le sue prestazioni altisonanti la squadra naviga in cattive acque e la società solleva dall’incarico l’allenatore, affidando la squadra allo stesso Lombardo. Per 48 giorni, “Popeye” si dividerà tra campo e panchina, ma non basterà per centrare la salvezza in Premier League.

Dopo una lunghissima pausa, bisogna arrivare alla primavera del 2014. Il Manchester United, dopo l’addio di Sir Alex Ferguson, affida la panchina dei diavoli rossi a David Moyes. Quest’ultimo però non riesce a dare continuità di risultati e con mezzo spogliatoio contro si trova licenziato a primi di aprile. Il club allora opta per una mossa interna e promuove come player-manager niente meno che Ryan Giggs. Il mago gallese alla sua ultima stagione, scende in campo una sola volta nei 4 match rimanenti, ma porta a casa 7 punti.

Infine, come detto l’ultimo caso concerne Wayne Rooney. L’ex stella dello United, dopo l’esperienza americana nella MLS torna in patria per chiudere la carriera nel 2020. Il Derby County crede in “Waza”, il quale viene tesserato come giocatore l’1 gennaio 2020. 11 mesi dopo i Rams esonerano Cocù da allenatore e Rooney si trova promosso anche sulla panchina del Derby Così il suo progetto di iniziare una carriera da allenatore, prende il via in anticipo e dividendosi anche come giocatore del club. 30 presenze complessive in 16 mesi, condite da 6 reti, per poi dire addio al calcio giocato lo scorso maggio, ma restando come allenatore del Derby.

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