zeman lazio

La Lazio di Zeman: uno spettacolo dal retrogusto amaro

Share on facebook
Share on twitter
Share on email
Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on telegram
Share on email

Costruttore ma non proprietario. Teorico, non pratico, della grande Lazio di fine anni Novanta targata Sergio Cragnotti. Zdenek Zeman alla Lazio è stato essenzialmente questo.

Il boemo è arrivato a Roma dopo la clamorosa – e chiacchieratissima – esperienza di Foggia, e nella capitale rimarrà per molto tempo – come allenatore della Lazio e poi come allenatore della Roma (due volte).

Il colpo di fulmine con Cragnotti

La scintilla d’amore scocca quando nella stagione 1993/94 Foggia e Lazio si incontrano in Serie A. Quel giorno, Sergio Cragnotti osserva con attenzione la squadra che è sulla bocca di tutti. Non la sua Lazio ma il Foggia di Zeman, appunto. Ne rimane stregato e qualcosa gli dice che la Lazio, tornata in Europa dopo quasi vent’anni, è la piazza adatta per l’esplosione definitiva dell’allenatore boemo. Non solo. In rosa la Lazio ha quel Giuseppe Signori due volte capocannoniere della Serie A, che con Zeman si era fatto notare per la prima volta nel calcio che conta.

La decisione è presa. Zoff presidente (onorario), Zeman allenatore. E gli acquisti? L’estate del ’94 è caldissima, e il portafoglio di Lord Sergio è bollente. Nella capitale, sponda biancoceleste, arrivano Roberto Rambaudi e José Antonio Chamot su richiesta di Zeman (entrambi dal Foggia). Poi, De Sio dal Trapani e Adani dal Modena (quest’ultimo ceduto a novembre al Brescia), Della Morte e Venturin – l’unico giocatore voluto esplicitamente da Cragnotti, che però con Zeman troverà poco spazio. In uscita Doll, Sclosa, Luzardi, Corino e Di Mauro.

La partenza della nuova Lazio di Zeman è col freno a mano tirato. Troppi giocatori forti (Casiraghi, Boksic, Winter, Signori) o esuberanti (Gascoigne, Fuser) non facilitano all’inizio, per l’allenatore ex Foggia, la piena attuazione del suo volere tattico. È difficile farsi capire da così tanti bei giocatori e in questo senso il lavoro di Dino Zoff, che con loro aveva lavorato da allenatore, risulterà decisivo.

I primi segnali arrivano nella sconfitta per 2-1 a Milano contro il Milan. La doppietta di Gullit non cancella una prestazione che fa ben sperare Cragnotti e che fa già sognare la piazza. Almeno fino al derby d’andata, quando la Roma annichilisce la Lazio con un 3-0 che non lascia spazio ad interpretazioni. Quando poi all’Olimpico, due settimane dopo, arriva anche un pesantissimo 4-1 della Juventus, Zeman capisce di dover cambiare qualcosa a livello tattico. Non si può rinunciare alla fase offensiva – e quella Lazio con 69 reti in 34 partite risulterà il miglior attacco del campionato – ma bisogna aggiustare qualcosa dietro.

Il derby di ritorno dimostra che Zeman ha imparato la lezione. È in quel Lazio Roma 2-0 del 23 aprile 1995 che inizia ufficialmente Zemanlandia versione vacanze romane – a tinte biancocelesti.

L’esultanza a fine gara di Rambaudi e Bergodi, contestata da Giannini e da buona parte della stampa locale e nazionale, testimonia una carica di gruppo che, secondo molti, mancava alla squadra di Zeman per diventare davvero grande. La Lazio chiuderà la stagione al secondo posto, giocando un calcio scintillante, a volte folle, ma sempre piacevole, si direbbe coinvolgente per il pubblico dell’Olimpico.

Che ricorda anche alcune storiche goleade in quella stagione: 5-1 al Napoli e al Padova, 7-1 al Foggia (sic), 8-2 alla Fiorentina, 4-0 al Genoa. E poi le grandi vittorie contro le sette sorelle: dal derby al 4-0 al Milan, dal 3-0 alla Juventus a Torino al 4-1 in casa contro l’Inter.

Il boemo chiude a parità di punti col Parma, ma sopra per differenza reti. Secondo a 10 lunghezze dalla Juventus di Lippi, inarrestabile. Nelle coppe, la Lazio si ferma contro la Juventus in quella italiana (in semifinale), mentre in Europa arriva fino ai quarti (miglior piazzamento nella storia del club fino ad allora) uscendo sconfitta appena 2-1 (tra andata e ritorno) dal Dortmund di Riedle.

Il secondo anno della Zemanlandia romana

La nuova stagione porta con sé nuovi (e clamorosi) obiettivi. Su tutti lo Scudetto, magari migliorando il piazzamento europeo e quello della coppa nazionale. Cragnotti vuole un trofeo, lo intravede. Ma uno scossone di mercato surriscalda la già bollente estate del 1995.

Il presidente del Parma Callisto Tanzi, collega e amico di Cragnotti, mette sul piatto 25 miliardi per Beppe Signori. Una cifra talmente alta che anche Sergio vacilla. Peggio, dice di sì a Tanzi. Ma per l’autore dei 66 gol in 3 stagioni è pronta la sommossa popolare. I tifosi della Lazio vanno sotto la sede del club in via Novaro, costringendo – più o meno con le buone – il patron biancoceleste a rivedere la cessione dell’attaccante ex Foggia. Che a fine serata viene dichiarato fuori dal mercato. Ma non è l’unica comunicazione di giornata, perché Cragnotti fa sapere di voler vendere le sue quote di maggioranza. È rimasto particolarmente seccato dalla circostanza e la prepotenza dei tifosi è per lui inaccettabile (almeno a parole).

Eppure i tifosi avevano ragione da vendere. Nel loro sentimentalismo, per quello che ai posteri risulterà come forse l’ultimo vero fenomeno di potere popolare di una tifoseria, ci avevano visto lungo. Signori vince per la terza volta il titolo di capocannoniere con 24 reti, contribuendo in maniera sostanziale al raggiungimento del terzo posto in campionato dei biancocelesti.

Tutto questo dopo una campagna acquisti a dir poco amara – condizionata anche dal fatto che Cragnotti porta la Lazio ad essere società quotata in borsa, con conseguenti vincoli di natura economica. Arrivano Grandoni, Romano, Gottardo, Piovanelli, Mancini (Franco), Esposito. Tutti giocatori di seconda fascia (fuori dal circuito della Serie A), escluso Marcolin che torna dal prestito al Genoa. Sul fronte cessioni si registra invece quella di Cravero, che torna al Torino, mentre Bonomi e Venturin vanno al Cagliari.

Zeman sente di doversi inventare qualcosa, o sarà difficile ripetere il bel campionato dell’anno precedente. E l’invenzione arriva dalla difesa, dove il tecnico boemo vede un giovane allenarsi con grande impegno e dedizione. Questo giovane ha doti straordinarie e un futuro già scritto, si chiama Alessandro Nesta e Zeman lo porta in rosa con sé. Di più, si prende le critiche per averlo fatto giocare titolare in amichevole con l’Ajax – partita in cui Nesta combina un disastro dopo l’altro – e continua a dargli fiducia. Giocherà titolare quella stagione, e il resto è storia.

Nelle Coppe la Lazio viene eliminata al secondo turno in Coppa UEFA contro il Boavista, ai quarti di Coppa Italia contro l’Inter. In campionato la Lazio sembra una montagna russa. Gli alti e i bassi sono memorabili, divertenti se visti dall’esterno, meno per i tifosi e il patron Cragnotti.

Di sicuro non ci si annoia mai, ma il banco del boemo inizia a scricchiolare. I risultati lo testimoniano. Si va dal 4-0 alla Juventus in casa, forse la miglior partita di sempre sotto la gestione Zeman della Lazio, alle impensabili sconfitte contro Vicenza, Piacenza e Cremonese.

Nel girone di ritorno la panchina del boemo vacilla pericolosamente, e c’è già chi parla di Guidolin per sostituirlo. Eppure la Lazio nel finale di stagione dà una sterzata al campionato, vincendo 6-3 con la Samp, rifilando 5 gol all’Atalanta, vincendo il derby di ritorno con la Roma e segnando 4 gol alla Fiorentina (13 in due anni contro i viola in totale). È proprio con la squadra di Cecchi Gori che arriva il piazzamento a pari merito – ma la Lazio finisce ancora una volta avanti in virtù del miglior attacco.

L’epilogo amaro

L’ultima stagione di Zeman alla Lazio dura appena qualche mese. L’esonero arriva a gennaio dopo la pessima uscita dalle coppe europee col Tenerife, le grandi difficoltà in campionato e in generale un rapporto che si era andato logorando con piazza e presidenza.

Il gioco di Zeman rimaneva intrigante, a volte persino entusiasmante, ma fin troppo discontinuo. Ormai la Lazio era una realtà affermata e aveva bisogno di un allenatore vincente. Non più un costruttore, appunto, ma un gestore.

Rimane di quell’anno la grande intuizione di portare in Italia Nedved dallo Sparta Praga – acquisto esplicitamente richiesto da Zeman, che frutterà tantissimo nelle future casse biancocelesti. L’altro acquisto Igor Protti non ingrana, mentre Buso e Okon sono fuori per infortunio, Fish non è all’altezza e Baronio, sorta di Nesta due, è ancora troppo acerbo.

L’uscita dalla Coppa Italia col Napoli ai quarti è un primo inquietante segnale. La sconfitta in casa col Vicenza è l’ultimo allarme, le sconfitta in casa prima con la Juventus e poi col Bologna (26 gennaio) nel giro di una settimana decretano la parola fine sull’avventura di Zeman alla Lazio.

Eppure, tra un orpello e l’altro, scendendo e salendo dalle montagne russe, non ci si può dimenticare di un dato di fatto importante e incontestabile: la Lazio vincente sotto Eriksson nasce già negli anni della costruzione di Zeman.

Share on facebook
Facebook
Share on twitter
Twitter
Share on email
Email
Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on telegram
Share on email