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Il poker come metafora della vita, con tutti i suoi swings, le decisioni critiche da prendere, le sfide e la mani cruciali che non possiamo evitare di giocare. Per dirla con Battisti-Mogol, il poker rappresenta le “discese ardite e le risalite” esistenziali. E viceversa, anche se le regole della vita sono molto più complicate di quelle del gioco.

E’ questo il tema centrale dell’ultima fatica di Peter Alson, dal titolo The Only Way to Play it (non essendoci per ora una versione italiana ufficiale, lo traduciamo con “L’unico modo per giocarci”), uscito nelle librerie a metà settembre per l’editore Arbitrary Press.

“Nella vita ci sono alti e bassi enormi” ha spiegato l’autore a Martin Harris di PokerStarsblog.com, “come riusciamo ad affrontarli? E a giustificarli? E come possiamo mantenere un equilibrio?”. Senza dimenticare il ruolo della fortuna e di come le scelte che facciamo al tavolo della vita influenzano il nostro futuro.

A tutti questi interrogativi cerca di dare una risposta il protagonista della storia, Nate Fischer, un artista costretto a fare i conti con la propria, in parte distruttiva, passione per il poker. L’azione si svolge a New York, verso la metà del primo decennio del XXI secolo. Nate Fischer è un buon pittore, un buon marito, un buon padre per la sua giovane figlia, ma è anche un grande appassionato di poker. La sua vita si svolge sul filo del rasoio, quello di un equilibrio complesso tra gli elementi “normali” della vita e il richiamo delle partite di poker che si svolgono nei club newyorkesi, dalle quali trae con regolarità un buon guadagno extra pittura. Alle spalle, però, il protagonista ha una storia familiare che rende il poker un’attività potenzialmente pericolosa: il padre, infatti, con il gioco ha imboccato la via dell’autodistruzione personale, un percorso che Nate Fischer cerca consapevolmente di evitare in tutti i modi.

La conoscenza del mondo del poker, soprattutto quello dei circoli privati è un elemento che appartiene all’esperienza diretta dell’autore. Peter Alson, infatti, oltre ad essere un affermato scrittore, sceneggiatore per il cinema e la TV, giornalista (lavora per The New York TimesEsquireRolling Stone e Sports Illustrated), è un grande appassionato di No Limit Texas Hold’em. Su TheHendonMob.com sono registrati 20 piazzamenti in the money, 9 dei quali alle World Series Of Poker, per un totale di $96.519 vinti nei tornei dal vivo.

E il suo amore per il poker non è testimoniato solo da The Only Way to Play It, che di fatto è il suo primo romanzo, ma anche dai suoi due lavori più famosi: l’autobiografico Take Me to the River, dove racconta la spedizione al ME WSOP del 2005 con l’obiettivo di vincere abbastanza soldi per sposarsi, e la biografia definitiva di Stu Ungar One of a Kind, scritta insieme a Nolan Dalla e Mike Sexton. A questi aggiungiamo anche Confessions of an Ivy League Bookie, racconto della sua esperienza di bookmaker a New York.

Ma il protagonista di The Only Way to Play It è solo in parte Peter Alson. Il personaggio di Nate Fischer nasce infatti da una persona reale, incontrata dall’autore in una pokeroom della Grande Mela. Un artista e un grande talento pokeristico, ma con una pericolosa tendenza autodistruttiva, esattamente come il padre di Nate Fischer: “Era sposato con due figli, e ho assistito alla sua disintegrazione come giocatore“, racconta Alson. “La pressione era troppo grande e questo mi ha catturato… ma al tempo stesso è stato doloroso vederlo perdere la capacità di fare ciò in cui eccelleva. Ho subito pensato ci fosse molto da esplorare in tutto questo”.

Le scene di gioco, così come l’ambientazione, sono molto dettagliate e avvincenti grazie ad una struttura narrativa in cui i singoli episodi sono collegati in un crescendo di dramma e tensione “alla Rounders“. Fino all’ultima mano che Martin Harris ha definito non solo un climax affascinante ma anche “assolutamente realistico e ricco di identificazione per chi ama il gioco. L’ultima mano è a diversa da qualsiasi altra che ho incontrato in tutti i miei anni trascorsi a dare la caccia a storie di poker”.

Tanto poker quindi, senza tuttavia dimenticare che si tratta di un  “dramma familiare condito di poker” come lo ha definito l’autore. “Penso che finora nessuno abbia sperimentato qualcosa del genere — una storia di poker che cerca di raccontare la vita di coppia, sia dal punto di vista del giocatore che di chi gli sta accanto”.

In conclusione, The Only Way to Play It sembra possedere gli ingredienti giusti per parlare a tutti, non solo a chi conosce il poker. E magari per diventare il soggetto di un nuovo film sul gioco, almeno stando all’entusiastica accoglienza che Brian Koppelman, co-sceneggiatore di Rounders, ha riservato all’uscita del libro: “E’ il romanzo sul poker che aspettavo da tempo. Non sembra solo vero. Lo è”.

 

The Only Way to Play It è disponibile in più formati — hardcover, paperback, e-book, e anche audiobook. 

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