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C’è una frase famosa di Albert Einstein che dice “Dio non gioca a dadi con l’universo.

In sintesi, il padre della teoria della relatività generale esprimeva nel XX secolo il suo disaccordo nei confronti della meccanica quantistica, secondo la quale esiste un reale elemento di casualità nell’universo, come è stato confermato in tempi più recenti. Tuttavia, l’idea di quella che oggi potremmo definire random universale era stata introdotta più di duemila anni prima dal filosofo greco Deocrito da Abdera (460-360 a.C.) che Dante Alighieri definisce nella Divina Commedia (Inferno) “colui che il mondo a caso pone.

Storia a parte, la questione della casualità si ripropone di continuo: non tanto per (un) Dio, quanto piuttosto per gli esseri umani. A maggior ragione oggi, perché ogni giorno interagiamo con sistemi che dichiarano di essere casuali.

Dalla musica in riproduzione casuale ai videogiochi, dai coupon ai generatori di numeri e password alfanumeriche, dai tiri di dado fino alle carte distribuite online: tutto sembra affidato al caso. Ma cosa significa davvero la parola “casuale” in un mondo digitale?

Albert Einstein (credits Wikipedia)

Secondo quanto viene spiegato sul sito Math is in the air, nei sistemi informatici la casualità è qualcosa di costruito. I computer, infatti, non generano numeri casuali in senso puro ma producono sequenze attraverso algoritmi, seguendo regole ben precise. Questi numeri sono chiamati “pseudo-casuali”, perché simulano il comportamento del caso in modo estremamente convincente.

E qui emerge un primo punto importante: dietro ciò che percepiamo come imprevedibile, esiste sempre una struttura.

Questo non significa che il sistema sia manipolabile o prevedibile. Gli algoritmi moderni sono progettati per rendere queste sequenze talmente complesse da risultare, nella pratica, indistinguibili dal nostro concetto di casualità reale. In altre parole, per l’utilizzatore (umano) ogni evento resta imprevedibile.

Tuttavia, proprio perché sono sistemi deterministici – cioè stesso input stesso output -, esiste un rischio teorico. Se si conoscessero perfettamente le condizioni iniziali, si potrebbe sempre prevedere la sequenza. Ed è qui che entrano in gioco quelli che, in modo informale, possiamo chiamare “disturbatori”.

I disturbatori sono fonti di variabilità esterna introdotte per rendere il sistema ancora più imprevedibile. Possono derivare da elementi come il tempo di sistema, micro-variazioni hardware o altri dati non controllabili esternamente al processo. In sostanza, servono a “rompere” eventuali schemi o loop che renderebbero la random ancora meno credibile per l’utente. Sono particolarmente importanti in tutti quegli ambiti in cui la casualità deve essere ritenuta affidabile: giochi online, simulazioni, sicurezza informatica e via dicendo.

Perché il punto più rilevante è proprio questo: il modo in cui percepiamo il caso.

Il cervello umano non è progettato per accettare la casualità. Siamo portati a cercare schemi, connessioni, spiegazioni. Se qualcosa accade più volte di seguito, tendiamo a pensare che ci sia una causa nascosta. Se invece gli eventi si distribuiscono in modo irregolare, li percepiamo comestrani”.

Eppure, è proprio questa irregolarità a caratterizzare il vero caso. Un sistema realmente casuale non produce sequenze ordinate o equilibrate nel breve periodo. Al contrario, genera sia ripetizioni che deviazioni. Può capitare che uno stesso evento si presenti più volte di seguito, o che altri sembrino “sparire” per un certo tempo. Tutto questo non è un’anomalia, ma una conseguenza naturale della casualità.

Ciò che sembra sospetto all’uomo è spesso semplicemente casuale perché, a differenza di chi conosce tutte le variabili e regole sin dall’inizio (dio, la macchina…), noi siamo destinati a prenderci qualche rischio con i “dadi”. L’importante è farlo a ragion veduta, con equilibrio, magari divertendosi ma senza mai fare il passo più lungo della gamba: giocare in bankroll, per usare la terminologia del poker.

Alla fine, non si tratta di eliminare l’incertezza ma di riconoscerla per ciò che è, rispondendo ogni volta allo stesso interrogativo: quanto siamo davvero pronti ad accettarla?

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