Vai al contenuto

Al pari di altri sport piuttosto logoranti, pensiamo al calcio, al volley, all’atletica leggera e a buona parte di quelli individuali, anche la pallacanestro prevede, solitamente, delle carriere che terminino ai margini dell’età pensionabile.

Le sfide dei vecchietti

Ciò significa che i campioni più longevi di questi sport, necessitano di una mano d’aiuto particolare, dal proprio fisico, dai proprio compagni, dal loro allenatore

Il calcio è un esempio lampante: il ruolo di Pirlo nei suoi ultimi anni, lo spostamento dalle fasce verso il centro del campo di alcuni veri e propri talenti per preservarne l’integrità fisica, sono solo due di questi aiuti atti allo scopo. 

Per questi motivi non è sempre molto facile trovare esempi dai quali scaturiscono sfide sportive tra padri e figli. Nella pallacanestro il numero di tali contrapposizioni all’interno dei palazzetti è ancor meno numerosa.

Dino 

Quella che, al contrario, inorgoglisce il nostro ego italico, nasce in un piccolo centro di meno di 3.000 anime a pochi chilometri da Belluno, in Veneto, nel 1950, quando a Lan, nomignolo affettuoso che la gente della zona ha dato e dà tuttora ad Alano di Piave, vide per la prima volta la luce un uomo destinato a diventare il campione più forte che il basket italiano abbia mai prodotto. 

Stiamo parlando di Dino Meneghin, 70 anni compiuti lo scorso 18 gennaio e primo responsabile dell’avvicinamento di molti appassionati in un Paese dove da sempre ci si ingozzava di pasta e calcio. 

La carriera del giovane Dino comincia da Varese grazie a Messina, che di nome non faceva Ettore, ma Nico, arguta mente cestistica che allenò per qualcosa come 30 anni, insegnando pallacanestro per tutto lo stivale, da Tortona a Bologna sponda Virtus, da Napoli a Firenze, da Brindisi a Rieti dove chiuse la sua carriera da coach. 

L’incontro con un giovanissimo Dino Meneghin avvenne nel 1966, quando Messina ricopriva il ruolo di responsabile delle giovanili a Varese e lo fece esordire in Serie A appena sedicenne. 

Da quel momento Meneghin non scese mai più dall’Olimpo del basket nazionale. 

Fino al 1981, Dino Meneghin giocò per Varese, per poi passare, a 31 anni, all’Olimpia di Milano dove poi chiuse la carriera nella stagione 1993/94, dopo una breve parentesi triestina. 

Nel primo, lunghissimo scorcio della sua carriera, a Varese, conquistò 7 dei suoi 12 scudetti, prima di conquistare i rimanenti 5 con le scarpette rosse, dove vinse anche due Coppe dei Campioni che si aggiunsero alle 5 vinte con Varese. 

L’amore di Meneghin verso la nazionale, con la quale portò a casa la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Mosca e agli Europei di Parigi nel 1983, è sempre stato sotto gli occhi di tutti, anche e soprattutto quando rinunciò al camping estivo con New York, visto che all’epoca i giocatori stranieri tesserati in NBA non potevano giocare con la propria nazionale. 

Andrea

Sono due i tratti lineari della carriera di Andrea Meneghin che combaciano perfettamente con quelli di papà Dino: il primo è il Campionato d’Europa conquistato all fine dello scorso millennio, l’altro riguarda la partita che padre e figlio giocarono contro quando l’ormai 44enne veneto chiudeva il suo incredibile percorso nel basket nazionale e il poco più che maggiorenne varesino la stava appena cominciando.

Eh sì, perché Andrea nasce a Varese il 20 febbraio del 1974, nel pieno della militanza del papà in quel di Varese. 

Il 1999 è un punto focale della carriera del “Menego”: oltre allo storico Campionato d’Europa vinto in Francia, nello stesso anno vinse lo Scudetto e la Supercoppa italiana. 

Varese ha rappresentato il vero amore incondizionato per il talentuoso giocatore italiano, legato a doppio filo con la città che gli ha dato i natali, interrotto solo da una breve parentesi con la Fortitudo di Bologna nella quale giocò dal 2000 al 2002. 

Il talento di Andrea è sempre stato riconosciuto da tutti, non tanto perchè figlio d’arte, ricordiamo che ruolo, fisico e caratteristiche tecniche erano totalmente diverse da quelle di papà, quanto perché tutti, tra osservatori, allenatori e tifosi, lo hanno sempre additato come uno che poteva fare qualcosa di diverso in campo, rispetto agli altri 9 impegnati sul parquet.

L’esplosione vera e propria del campione varesino non si è mai compiuta al 100%, poiché, soprattutto nella seconda parte del suo cammino, i numerosi infortuni ne hanno caratterizzato i momenti cruciali.

Questo ha portato Andrea a ritirarsi dal basket che conta al termine della stagione 2004/2005, per poi passare a Daverio dove giocò in C2 per un semplice moto di amore verso lo sport al quale ha dato tanto e ricevuto forse meno di quanto avrebbe meritato. 

Proprio in quell’anno Andrea indossò i panni di assistente allenatore sempre a Varese, accompagnando un altro mostro sacro del basket lombardo, Francesco Vescovi. 

La carriera da allenatore di Meneghin è continuata fino al 2018, quando è diventato responsabile del settore giovanile, sempre di Varese. 

Il rapporto 

Non è mai stato fatto mistero del non facilissimo rapporto tra Dino ed Andrea e, senza entrare nelle pieghe di qualcosa che non può mai essere giudicata da fuori, padre e figlio hanno sempre dichiarato di avere avuto delle incomprensioni

Lo stesso rapporto è però decisamente migliorato nel momento in cui i due hanno rivestito un ruolo importante in nazionale, uno in campo e l’altro ricoprendone uno manageriale. 

La cavalcata europea della magnifica squadra di Bogdan Tanjević, si rivelò una specie di vero e proprio toccasana per il rapporto dei due, immortalato dai flash delle macchine fotografiche di tutto il mondo.