All’andata, come forse ricorderete, il Napoli aveva dominato l’Atalanta, impallinandola con tre reti una più bella dell’altra, nel segno di Rasmus Hojlund e David Neres. Il primo regge ancora la baracca dell’attacco partenopeo, pure a tre mesi di distanza. L’altro, il brasiliano, tra un affaticamento e l’altro, ha rischiato di chiudere la sua stagione con largo anticipo. Per ora, di questa ipotesi nefasta ancora non si parla a voce alta, ma i timori aumentano da Castel Volturno.
Il Napoli di Conte: una squadra più stanca, ma ancora viva
A proposito di timori, comunque, la vera paura sotto il cielo di Partenope è un’altra: ci si chiede se e come possa rivedersi quel Napoli che tra novembre e dicembre dello scorso anno, pure nelle difficoltà di formazione con le quali Conte già doveva combattere, aveva dato una decisa sterzata al campionato, di fatto mangiandoselo come Crono coi suoi figli. La metafora è pertinente, perché uno è sfuggito al Titano di esiodea memoria: quel Zeus che per il Napoli è l’analogo dell’Inter di Christian Chivu.
I problemi del Napoli comunque vanno al di là di Chivu, dell’Inter o di qualsivoglia avversario: sono strutturali, sistematici, pure comunicativi se è vero – come è vero – che il Conte che all’andata aveva banchettato sulla carne fresca di Raffaele Palladino, all’esordio sulla panchina dell’Atalanta, oggi non si vede più.
La prematura uscita dalla Champions, la sconfitta ai rigori col Como in Coppa Italia, l’allontanamento dalle zone altissime della classifica e una lotta quotidiana con gli infortuni e una stampa a suo dire ingenerosa nei suoi confronti lo hanno svuotato. Conte non arriva bene alla sfida con l’Atalanta, ma il suo Napoli – proprio come sono i figli, a volte, a risollevare i padri – vuole ancora lottare con lui e il gol di Alisson Santos contro la Roma a 5’ dal termine, per il 2-2 finale, va in questa direzione, come ci andava il rigore di Hojlund contro il Genoa di qualche giorno prima, quasi a tempo scaduto e con un uomo in meno (2-3, in quel caso, il punteggio).
L’Atalanta può ancora svoltare la sua stagione
Meno di lotta, più di testa, va invece spedita l’Atalanta di Palladino che, sconfitta contro il Borussia Dortmund (2-0) in terra tedesca, viene, in campionato, da un filotto di risultati positivi, che da gennaio ad oggi ne fanno la squadra con più punti ottenuti in Serie A dopo l’Inter e prima della Roma. Qualcosa vorrà pur dire. Palladino la squadra l’ha trasformata non, come malamente aveva provato a fare Juric, con parole al fulmicotone e sfuriate prive di senso, ma con la disciplina e la tattica di uno stratega attento ai suoi soldati, in grado quindi di saper cogliere le sfumature del sistema di gioco – che è rimasto sostanzialmente invariato dall’epopea Gasperini – per riadattarle alle caratteristiche dei suoi giocatori.
Oggi l’Atalanta, anche se ancora cerca quella solidità che gli chiede l’allenatore campano, è una squadra difficilissima da battere. Si difende bene, ha tra i pali quello che non ci vergogniamo di definire il miglior portiere della Serie A, e soprattutto ha dalla sua un cammino a vento a poppa, perché sta recuperando punti sulle altre che invece iniziano a perderli, i punti. Dal Napoli la separano otto lunghezze. Sembrano un’infinità, ma all’andata erano dodici. L’Atalanta di Palladino ha preso ben quattro punti al Napoli di Conte da novembre ad oggi. Andasse a meno cinque, riaprirebbe clamorosamente la lotta Champions, già molto viva.


